Il più alto momento d’espressione della sovranità popolare, l’esercizio del diritto di voto, lo strumento di partecipazione politica prescelto da tutti i più evoluti ordinamenti giuridici, quella che tutti, con solenne slancio d’orgoglio per la conquista civile che essa rappresenta, designano democrazia alla fine si esaurisce in una manciata di impersonali, ma inconfutabili numeri. Numeri come 306 contro 232, 47% a fronte di 47,6%. E tra conteggi forsennati, risultati dello spoglio che arrivano a scaglioni, fuso orario, variazioni e disperata fiducia nel margine d’errore, mancano pochi minuti alle 8.00 a.m. (ora italiana) quando il 9 novembre 2016 le agenzie di stampa battono isteriche le parole che trasfigureranno quegli incontrovertibili dati nella più importante notizia della giornata, ma senza dubbio anche della settimana, e del mese, e dell’anno, e dei prossimi: una climax vertiginosa al termine della quale lampeggia un solo nome, quello di Donald Trump. E’ Donald Trump il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. “Make America Great Again” sembrava solo uno slogan nostalgico che strizzava l’occhio alla campagna presidenziale di Reagan (al quale ne è attribuita la paternità), per evocare idealmente l’afflato morale di quegli evangelizzatori del Massachussetts e lo spirito patriottico di quei padri fondatori quali George Washington (protagonista di una spassosa vignetta della campagna elettorale del vittorioso miliardario) e Abramo Lincoln , fino a diventare la cifra distintiva dell’approccio pratico e sintetico del candidato repubblicano; tutti i punti dell’ambizioso e controverso programma del neopresidente possono infatti essere condensati nel totalizzante richiamo a far grande la Nazione “concepita nella libertà” e a giudicare dalla mobilitazione massiccia che ne è scaturita, l’appello ha avuto una portata “sentimentale” ben più ampia di quella del contrapposto “Stronger together”, salvo poi constatare l’enorme crepa allargatasi nel tessuto sociale statunitense all’indomani dell’esito della corsa elettorale, con le strade pullulanti di cittadini che hanno manifestato e protestato a gran voce.
Al termine di una campagna elettorale infiammata e condita da innumerevoli gaffes da entrambi, a fronte di un’opinione pubblica che andava plasmandosi gradualmente nelle proiezioni della social media analysis, di un elettorato sempre più incline a costruire la propria posizione man mano che acquisiva consapevolezza del peso specifico del singolo voto, è difficile stabilire quanta parte della vittoria di Trump si debba a Trump stesso e quanta, al contrario, sia stata determinata da quel sostrato ideologico e culturale che ne ha alimentato l’ascesa. Ad intrecciarsi, anche contraddittoriamente, c’erano svariati temi caldi di interesse internazionale, dagli 11 milioni di immigrati irregolari da “ricacciare oltre il confine” alla paura dello spaventoso deserto digitale a cui Internet starebbe condannando il mondo, al pollice alzato alla Russia di Putin, alle colpe della Cina a proposito dell’annoso problema del riscaldamento globale, alle ardite dietrologie sull’11 settembre 2001 e la politica interna degli USA, dalla corruzione del sistema al dito inquisitorio puntato contro la Clinton travolta dalla bufera sulle sensibili mail istituzionali, alla proposta di drastica riduzione del prelievo fiscale, al secco stop all’ingresso di musulmani negli Stati Uniti, alla discussa idea di innalzare un ponte liminale con il vicino Messico, alla promessa della creazione di 25 milioni di posti di lavoro. Questi ed altri fattori, estremamente eterogenei. Ma è nella sua personalità che, probabilmente, va rintracciata la ragione più accreditabile dello strepitoso successo del miliardario dai toni triviali e melodrammatici, talvolta esasperati: in fondo Trump non incarna altro che il ricco imprenditore, che esibisce teatralmente l’affascinante donna cui è ammogliato, che inanellando una battuta dopo l’altra, attinte al più trash e sessista repertorio, rassicura sulla sua fede e sulle sue buone e sane abitudini per poi snocciolare slogan propagandistici e soluzioni politiche preconfezionate e magari disseminare ogni tanto le memorie di un esordio difficile, a Brooklyn.
La ricetta del successo, dunque, va ricercata nell’intramontabile mito dell’homo novus o self made man temprato dal sudore e fortificatosi nella preghiera e ora prestato alla politica? Non è da escludere che questi sono aspetti che accrescono considerevolmente l’appeal di un leader in special modo agli occhi di quella middle class impoverita sotto più profili che si aspetta di più della ripresa economica, che è ancora romanticamente legata a quei valori liberali individualistici di autoaffermazione, all’ottimistica convinzione del “we do it better” che Trump trasuda. In una prospettiva del genere, non v’è da stupirsi che Trump sia stato mitizzato o comunque che molti siano stati più propensi a votare per una decisa rottura con l’establishment di cui la Clinton rappresentava una costante più che una voce originale, una figura disposta a reinventarsi, laddove Trump ha saputo non solo intercettare una diffusa passività ed un malcontento ma innestare sulla ricostruzione della grande America anche un ripensamento del liberismo e del sogno americano.
Elena Sofia Venezia
