Ogni 27 gennaio ci si ritrova a commemorare le numerose perdite causate dai nazisti con la salita al potere di Adolf Hitler. Il cui solo ricordo è per il mondo una ferita difficile da rimarginare: ancora oggi non smette di sanguinare.
Perché proprio il 27 gennaio? Cosa successe quel giorno?
24 gennaio 2005: istituita l’assemblea ONU per celebrare il 60esimo anniversario dalla liberazione del popolo ebraico dai campi di concentramento.
Primo novembre 2005: l’Onu proclama il 27 gennaio come “Giornata internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto”. Da quell’anno in poi ogni stato membro delle Nazioni Unite s’impegna a tramandare e testimoniare la Shoah.
Data scelta non a caso dall’Organizzazione delle Nazioni Unite: fu in quello stesso giorno del 1945 che le armate sovietiche liberarono gli ebrei deportati nel campo di concentramento di Auschwitz; mettendo la parola fine ad un abominio durato fin troppo a lungo.
Cos’è dunque l’Olocausto?
L‘Olocausto ha preso piede tra il 1933 (quando il partito nazista con a capo Adolf Hitler salì al potere in Germania) ed il 1945 (con la fine della seconda guerra mondiale, in cui la Germania fu sconfitta).
Altro non fu la persecuzione e lo sterminio sistematico a danno di milioni di ebrei stanziati in Europa da parte del regime nazista tedesco e dei suoi alleati; definita anche “shoah” (che in ebraico sta per “catastrofe”).
Perché furono proprio gli ebrei ad essere attaccati?
La risposta è più semplice di quanto si possa pensare: perché li odiavano.
Quello che operò il regime nazista sui tedeschi quando salì al governo, fu un vero e proprio <<lavaggio del cervello>>: i nazisti cominciarono a bersagliare pubblicamente gli ebrei. Incolparono il popolo ebraico di essere all’origine dei problemi economici e politici presenti in Germania e della sconfitta subita da quest’ultima durante la prima guerra mondiale.
Le idee inculcate dal regime diedero un movente alla rabbia e alla vergogna per la situazione che stavano vivendo i cittadini tedeschi al tempo: in questo modo anche loro presero a credere a tali accuse ingiuste.
Talmente profondo era quest’odio attribuito agli ebrei, che venne coniato anche un termine in merito: “antisemitismo”, che letteralmente significa “pregiudizio o odio agli atti del popolo ebraico”.
Il disprezzo per la comunità ebraica ha però una radice medievale: sembra infatti che i pregiudizi contro gli ebrei nacquero dal pensiero cristiano secondo cui fossero loro i responsabili della morte di Gesù. Una mentalità che fu ripresa e riformata nel Novecento: si passò da una denigrazione di tipo religioso ad una di tipo razziale.
Lo stato nazista giustificò le sue azioni facendo riferirmi alla legge darwiniana (secondo cui l’evoluzione si avvaleva della selezione naturale).
Affermarono quindi che il mondo fosse diviso in razze impegnate in una continua lotta alla sopravvivenza: alla fine vi sarebbe sempre stata una razza che prevaricava sull’altra. La razza superiore era quella <<ariana>> (termine utilizzato dagli antisemiti per indicare la razza pura), di cui facevano parte i tedeschi; quella inferiore e più pericolosa dal punto di vista genetico era quella ebraica.
Discriminazione ebraica: dalle leggi razziali ai campi di concentramento
La persecuzione ebraica non ebbe subito luogo attraverso il genocidio nei lager: i nazisti decisero prima di tutto di attuare delle leggi razziali che non permettessero al popolo ebraico di vivere la loro quotidianità in società, o per essere più precisi, tra la popolazione tedesca. Vennero infatti isolati, umiliati e riconosciuti come minoranza con una fascia al braccio contrassegnata dalla stella ebraica di David. Etichettati come <<razza inferiore>> furono in seguito trasferiti ed inseriti nei ghetti: quartieri fuori città in cui le condizioni di vita ed igiene erano precarie.
Solo dal 1941, quando decisero che quei quartieri erano di troppo e che andassero perciò demoliti; gli ebrei furono deportati e sterminati nei campi di concentramento. Qui vennero sottoposti a lavori forzati, esperimenti disumani, fucilazioni di massa e relegazioni nelle camere a gas: a morire furono milioni di ebrei.
I bambini: le piccole vittime della “Soluzione Finale”
A subire le angherie e le violenze ingiustificabili dei nazisti furono anche bambini, vittime innocenti ed incoscienti della crudeltà cui erano costretti ad assistere e di cui erano loro stesso protagonisti.
I più grandi lasciarono le scuole senza poter fare altrimenti, ignari della loro sorte che li avrebbe visti deportati nei lager e separati per sempre dai genitori.
I più fortunati, quelli che sopravvissero allo sterminio, sono diventati testimonianze viventi degli orrori dell‘Olocausto.
Di chi non ce l’ha fatta però, si hanno solo diari e appunti; scritti da quei giovani che videro portarsi via ogni cosa e abbandonare la vita troppo presto. Documenti di traumatiche esperienze ed incubi che provarono sulla loro stessa pelle.
Il caso più noto è quello di Anna Frank, il cui diario è stato pubblicato nel 1947 dal padre Otto; l’unico sopravvissuto della famiglia.
Il primo a rivelare le atrocità commesse dai soldati nazisti fu il diario di Miriam Wattenberg; messaggero diretto di ciò che accadeva nei ghetti.
Altri resoconti giovanili furono scoperti col tempo: ci fu chi raccontò di aver trovato rifugio in America, dopo essere riuscito a fuggire; o di chi visse in clandestinità, rinunciando a lungo a riconoscere un luogo come casa.
L’importanza di non dimenticare
Di cui si è a conoscenza, si contano un milione di morti tra i minorenni e quindici milioni in tutto tra il popolo ebraico: un numero troppo grande per poter essere ignorato o preso alla leggera.
Dimostrarsi indifferenti di fronte a questa realtà, vuol dire dare spazio alle violenze che ogni giorno albergano nel mondo.
Almeno oggi, non dimenticare.
