Qualche sera fa ero alla ricerca di un film “diverso” e fra le novità proposte dalla piattaforma Amazon Prime Video la mia attenzione fu catturata da “L’uomo che uccise don Chisciotte”, il film di Terry Gilliam uscito al cinema nel 2018.
Come gli appassionati di questo regista sapranno, le sue opere hanno spesso un carattere surreale dove la realtà si intreccia con la fantasia diventando quasi indistinguibile. Il suo stile è dominato da un gusto per gli opposti binomiali: bello-brutto, vecchio-nuovo, antico-moderno e così via; in gergo si parla di eclettismo figurativo ed è presente nei film più noti del regista quali “Brazil” e “La leggenda del re pescatore”.
E’ questo il caso del suo ultimo capolavoro “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, film che è rimasto in gestazione per 25 anni e che lascia intravedere al suo interno le sue molteplici evoluzioni. La pellicola si ispira all’opera letteraria di Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, dove il cavaliere senza macchia e senza paura sfida i mulini a vento, accompagnato dal suo fedele scudiero Sancio Panza: il primo utopico idealista, il secondo venale e pragmatico.
Il film narra di un regista Toby, interpretato da Adam Driver, che torna in Spagna per girare uno spot pubblicitario per la vodka di un magnate russo. La vicenda assume una piega particolare quando nelle mani di Toby capita il dvd del suo primo cortometraggio girato in una cittadina della Spagna venticinque anni prima. Rivedendo il suo corto ricorda del suo Don Chisciotte, Javier, un vecchio ciabattino che aveva scelto per la sua fisionomia e Angelica, la figlia di un barista alla quale aveva dato ottime speranze per un suo futuro nel mondo del cinema.
In preda alla nostalgia, fa ritorno in quella cittadina dove scopre che Angelica, a detta del padre, è diventata una escort inseguendo il sogno di diventare un’attrice. Incontra anche Javier che, invece, crede di essere Don Chisciotte e continua ad interpretare il suo ruolo. Dopo una serie di vicissitudini iniziali Javier battezza Toby come suo “Sancio” e i due cominciano a vivere delle vere e proprie avventure in cui sogno e realtà si sovrappongono in maniera suggestiva. I due rivivono le stesse avventure dell’opera di Cervantes riadattate in chiave moderna e la parte finale della storia diventa un trionfo dell’eclettismo figurativo di Gilliam.
Una fiaba moderna che si presta a molte riletture quella di Gilliam, la più evidente è quella della regia che parla di se stessa: il protagonista è un regista che entra nei meccanismi della storia che lui stesso ha girato anni prima. Questo film viaggia in parallelo con l’opera di Cervantes dove è la letteratura a parlare di se stessa in chiave ironica: Don Chisciotte altri non è che un personaggio che mima la letteratura dell’amor cortese esasperandola.
Consiglio quest’opera a chiunque abbia voglia in entrare in una dimensione diversa dove la fiaba diventa uno scorcio di realtà, dominata da note di grottesco e surreale.
Andreana Balsamo
Studentessa di Chimica e aspirante giornalista con la passione per l’arte e la letteratura. I miei principali interessi sono la lettura e la scrittura di racconti, saggi e poesie.
