Il 24 novembre 19991 ci lascia Freddie Mercury. Sono passati 34 anni da quel giorno, che ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo della musica.
Ma chi era Freddie Mercury?
Freddie Mercury, nato Farrokh Bulsara, nasce a Zanzibar il 5 settembre del 1946, dove trascorse i suoi primi anni d’infanzia. Il padre, cassiere della segreteria di Stato per le Colonie, insieme alla madre, apparteneva all’etnia parsi di origine zoroastriana. Negli anni, fece discutere la scelta del cantante di nascondere al pubblico le sue origini che, secondo alcuni, riteneva incompatibili con la sua immagine pubblica.
Dopo aver praticato vari sport, dimostrò interesse e predisposizione per la musica, tanto da essere notato dal preside del St. Peter College. Durante la sua permanenza, formò nel 1959 la sua prima band: i The hectics, di cui Freddie era il pianista e si esibiva durante le feste scolastiche.
Nel 1964 dopo aver trascorso la sua adolescenza in India si trasferì nella periferia di Londra con la sua famiglia, a causa della rivoluzione di Zanzibar.
Nel 1966 fu ammesso all’Ealing Art College di Londra, qui conobbe Tim Staffell, cantante e bassista degli Smile, band di cui facevano parte anche Brian May e Roger Taylor. Successivamente si unì agli Ibex, una band di Liverpool inizialmente formata da Miler Bersin, John Deacon e Mick Smith.
Il 23 agosto del ‘69 si tenne la prima esibizione pubblica di Freddie, all’Octagon Theatre di Bolton: dimostrò sin da subito le sue abilità da showman.
Il 1 marzo 1970 Freddie entrò a far parte dei Sour Milk Sea, ma con scarsi risultati: a causa di divergenze tra i membri, la band si separò poco dopo. Sciolti anche gli Smile, Freddie convinse Taylor e May a formare una nuova band: nell’aprile del 1970 nascono i Queen.
La loro prima esibizione si svolse il 27 giugno 1970, a Truro. Nello stesso periodo, May presentò Mary Austin a Freddie, donna con cui ebbe una lunga relazione. Nel 1971 la band venne completata dal bassista John Richard Deacon ed organizzò il loro primo tour.
Nel ‘73 uscì il loro primo album, intitolato “Queen”.
Con il loro primo album nel i Queen inaugurarono un percorso destinato a cambiare la storia del rock. Quel disco, seguito da Queen II e soprattutto da Sheer Heart Attack, rivelò al mondo una band capace di fondere energia, teatralità e una ricercatezza musicale fuori dal comune. Al centro di questo universo creativo c’era Freddie Mercury: voce potentissima, presenza magnetica, autore versatile e visionario. Sin dai primi tour internazionali, Mercury mostrò la sua capacità unica di dominare il palco, trasformando ogni concerto in uno spettacolo totale.
Il 1975 segnò un punto di svolta con A Night at the Opera, album che conteneva la rivoluzionaria Bohemian Rhapsody.
La canzone, inizialmente giudicata troppo lunga e complessa per avere successo, divenne invece un manifesto della libertà artistica dei Queen e uno dei brani più iconici della storia musicale. Freddie, con la sua scrittura ardita e la sua interpretazione imponente, consolidò definitivamente il suo ruolo di frontman straordinario, capace di oltrepassare generi, limiti vocali e regole del mercato.
Tra anni Settanta e Ottanta, i Queen firmarono una sequenza impressionante di successi: Somebody to Love, We Are the Champions, Don’t Stop Me Now, Another One Bites the Dust. Freddie, nel frattempo, affinava la sua identità scenica: un miscuglio di eleganza, ironia, potenza vocale e un modo di tenere il palco che non aveva paragoni. Era fluido, libero nelle movenze e spudoratamente se stesso.
Il 1985 rappresentò un apice irripetibile: il Live Aid del 13 luglio.
Quando Freddie salì sul palco di Wembley, insieme a May, Taylor e Deacon, orchestrò una delle performance più leggendarie di sempre. In soli venti minuti, con una potenza vocale impressionante e un carisma che sembrava travolgere l’intero stadio, trasformò un concerto già storico in un momento epocale. Quel giorno i Queen non solo confermarono la loro grandezza, quel giorno Mercury mostrò cosa significa essere un performer totale. Con un semplice “ay-oh”, fece cantare oltre la settantamila persone.
Dalla metà degli anni Ottanta, però, dietro le luci della scena iniziò a delinearsi una realtà diversa.
Nel 1987 arrivò la diagnosi che avrebbe cambiato tutto: Freddie era malato di AIDS.
Scelse di mantenere privata la notizia, non per vergogna, ma per proteggere la sua vita, la sua musica e la band da un circo mediatico che, all’epoca, si sarebbe trasformato in speculazioni morbose. Continuò a lavorare instancabilmente, entrando in studio ogni volta che le forze glielo permettevano. Album come The Miracle (1989) e Innuendo (1991) testimoniano un impegno creativo totale, segnato dalla consapevolezza del tempo che si stava restringendo. Molti lo ricordano impegnato a registrare anche quando camminare gli costava fatica, determinato a lasciare tutto ciò che poteva alla musica, durante le sessioni di registrazione chiedeva solo una cosa: “fammi cantare”.
Dopo la sua morte, il 24 novembre 1991, iniziarono circolare teorie maliziose, falsità, ricostruzioni sensazionalistiche sulla sua vita, sulle sue ultime settimane, sulle sue relazioni. Brian May e Roger Taylor si trovarono più volte a dover intervenire pubblicamente, per difendere la memoria dell’amico e ristabilire la verità: Freddie fu un uomo complesso, ironico, creativo, leale, e non meritava che la sua storia fosse ridotta a pettegolezzo.
L’eredità che Freddie Mercury ha lasciato va oltre le canzoni, oltre i palchi e oltre il mito. È l’eredità di un artista che ha trasformato ogni limite in possibilità, che ha portato il rock su un nuovo piano estetico ed emotivo, e che continua, trentaquattro anni dopo la sua scomparsa, a essere una delle voci più luminose e indimenticabili della musica contemporanea.
“Si può essere tutto ciò che si vuole, basta trasformarsi in tutto ciò che si pensa di poter essere.”-Freddie Mercury
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