Regia: Todd Phillips

Joker, un capolavoro di cui è difficile parlare senza incorrere in banali affermazioni e concetti ormai triti e ritriti. Il mio approccio questa volta non sarà quello classico adoperato per le altre recensioni ma sarà totalmente a braccio. Fate conto che questa sia una chiacchierata fra amici al bar.

Quando sono andata al cinema ero piena di aspettative e anche molto scettica perché, nonostante Batman non fosse il mio eroe preferito dei fumetti, ho sempre trovato Joker nelle sue varie sfaccettature un personaggio enigmatico e follemente carismatico. Joker nell’immaginario collettivo rappresenta il fascino della follia intesa come una rottura degli schemi sociali da cui tutti prima o poi sentono il bisogno di uscire. Questo bisogno viene spesso associato alla “rimozione di una maschera” – Pirandello docet –. Joker invece si muove in questa direzione in maniera atipica perché la sua peculiarità è proprio l’opposto: indossare una maschera per essere sé stesso. A validare questa ipotesi vi sono le scene che focalizzano l’attenzione sul rapporto dell’uomo con lo spazio, in particolare quando Arthur Fleck indossa la maschera e comincia a danzare, passando da un’andatura dalle movenze rigide e impacciate alla sicurezza e fluidità del suo corpo che danza. Nota la scena di lui che, ormai compiuta la metamorfosi da Arthur a Joker, scende la lunga scalinata della locandina danzando. Avete notato che nelle scene precedenti sale le scale con la schiena ricurva e con una sofferenza percettibile? Non è un caso che nella sua discesa verso il “baratro” la sua andatura invece sicura e i suoi colori sgargianti.

Quelli di voi che avranno visto questo film sicuramente saranno rimasti colpiti dai colori autunnali e cupi della pellicola che hanno tracciato una mappatura psicologica del personaggio, rendendo palpabili gli stati d’animo del personaggio. Joker è un personaggio che sta vivendo un viaggio interiore alla ricerca di quel sé stesso che vuole uscire, una reazione uguale e contraria alle azioni di una società amorfa e priva di qualunque grado di empatia. L’intero film parrebbe una critica all’ipocrisia di una società la cui coscienza è stata sostituita dai media che ne gestiscono le emozioni: piange e ride a seconda della levatura della vittima mentre continua a chiudere un occhio (anche entrambi) su tutti quelli che si distaccano dalla definizione di normalità nel suo senso più stretto, ignorando volontariamente che esiste parte di sé che necessita di assistenza. Come ricorda una frase scritta sul diario di Arthur “il lato peggiore della malattia mentale è che la gente vorrebbe che ti comportassi come se non la avessi”. Il film mostra in questi termini un piccolo spaccato della realtà che vive una persona che necessita di cure psicologiche quando lo Stato è assente.

A chi è consigliato il film

A tutti! Il fatto che il ritmo di questo film non sia incalzante fin dall’inizio potrebbe scoraggiare ai più la visione; consiglio di tenere duro a chi è abituato al ritmo dei film di azione perché il film si farà sicuramente apprezzare proseguendo con la visione. Invece a quelli che come me che amano film introspettivi e con un’analisi dettagliata dei personaggi e delle loro metamorfosi interiori posso solo dire che lo ameranno dal primo fotogramma!

Inoltre invito coloro che hanno visto Joker a commentare quest’articolo con le proprie osservazioni poiché un film del genere può avere davvero infinite riletture che, se discusse insieme, non potranno fare altro che arricchire ognuno di noi.

Andreana Balsamo

Studentessa di Chimica e aspirante giornalista con la passione per l’arte e la letteratura. I miei principali interessi sono la lettura e la scrittura di racconti, saggi e poesie.

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