Sono attimi concitati, emozioni che debordano: i brindisi, il vociare di parenti e amici tutt’intorno, la sensazione che il mondo sia tuo, il sorriso che sembra non potersi spegnere mai. Quanti studenti ogni anno sperimentano questa gioia e, coronati d’alloro, tagliano il traguardo della laurea, con il petto gonfio di aspettative, speranze e sogni?
In Italia, Rapporto Almalaurea 2019 alla mano, sono stati 280.000 nel 2018 e, tra questi, 160.000 laureati di primo livello, 82.000 dei percorsi magistrali biennali e 37.000 magistrali a ciclo unico. I cinici dati restituiscono, inoltre, uno spaccato di Paese caratterizzato da una contrazione – particolarmente marcata nel Mezzogiorno – delle immatricolazioni in tutte le aree disciplinari, eccezion fatta per quella scientifica. Eppure, nonostante nel 2017 il Belpaese sia stato sonoramente bocciato dall’OCSE per l’allarmante consistenza del gruppo dei cosiddetti Neet – Neither in Employment nor in Education or Training –, ovvero ragazzi compresi tra i 15 e i 29 anni inoccupati e non iscritti ad alcun percorso di formazione, sembra che complessivamente l’Università eserciti ancora la sua forza di attrazione nei confronti di talenti e di menti più o meno brillanti, desiderosi di un futuro più roseo. All’aumentare del livello del titolo di studio posseduto, infatti, diminuisce il rischio di restare intrappolati nell’area della disoccupazione; pertanto, generalmente i laureati sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, disponendo di strumenti culturali e professionali più adeguati. Le statistiche confermano che i laureati godono di vantaggi occupazionali importanti rispetto ai diplomati di scuola secondaria di secondo grado durante l’arco della vita lavorativa.
Ma che cosa succede quando il sipario della seduta di laurea si chiude e lo studente dà il suo commiato al tempio del sapere che lo ha forgiato per anni?
Siamo abituati al racconto – spesso fin troppo stucchevole – degli anni dell’Università e di quella liturgia che è il giorno della laurea, idolatrata come fosse il vello d’oro, ma pochi affrontano la narrazione di quello che c’è dopo. Sì, perché un “dopo” esiste e non sempre è ciò che era stato ingenuamente e romanticamente preventivato.
Tanto per cominciare, cambiano i termini nei quali ci si pone rispetto a se stessi e agli altri. Se si è spesso puntato il dito contro la spersonalizzazione dello studente nella scuola e nell’Università, ree di aver intrapreso la via della trasformazione in aziende, nel mercato del lavoro questa spersonalizzazione e mercificazione è una regola consacrata e rivendicata. L’uso di verbi quali “vendersi” o “vendere le proprie competenze” è ormai parte di un repertorio noto, dove si monetizza il saper fare dell’individuo. Non solo, al mercato le parti sono protagoniste di un gioco dove agisce, tra l’altro, anche la capacità di filtrare la realtà: non è necessariamente chi ha la migliore mercanzia a fare l’affare, ma chi ha la maestria per saperlo promuovere; da qui l’imperativo di “farsi pubblicità”, di imporsi all’attenzione.
Razionalmente, tutto ciò non solo ha un’etica darwinistica perfettamente riconoscibile, ma è anche un interessantissimo esercizio. È una specie di grande lavatrice che ripulisce lo studente dalle sue infantili presunzioni, scrostando la pigrizia e la falsa credenza che è il lavoro a cercare lui e non viceversa.
Emotivamente, è un vero precipizio. Una salda impalcatura di certezze inizia a vacillare. Sei laureato? Non è straordinario. Sei bravo? Quanto – talvolta meno di – altri. Pensi di meritare un lavoro coerente con i tuoi studi? Adattabilità è una parola chiave.
C’è una sorta di nuovo linguaggio che ingerisci e che fai tuo, tuo malgrado. Un linguaggio fatto di parole che richiamino flessibilità, gestione dei cambiamenti e resistenza ai traumi – chi vuol darsi un tono direbbe resilienza – o di paradossi come “stage non retribuito” dinanzi ai quali non v’è più sorpresa, figurarsi lo sdegno che è cosa da snob.
Qual è l’approccio giusto a questo contesto, a questi tempi?
Suggerire risposte è assai arduo e per certi versi imprudente, tanto più che quello di “essere pragmatici” sembrerebbe essere l’unico mantra veramente praticabile.
Perché blaterare qualcosa su quanto trovare un lavoro sia diventato un fattore di stress incalcolabile? E perché discutere della bontà dei metodi di reclutamento, della pertinenza della specifica “minimo tre anni di esperienza” nelle call per neolaureati? Forse semplicemente perché può aiutare. Fosse anche per dire ad una sola persona “Non sei sola. E ritroverai te stessa.”
Da una prospettiva differente, questi iter di valutazione a complessità crescente, questo annaspare in un mercato saturo di profili professionali e povero di persone sono probabilmente una labirintica ricerca del sé, un percorso obbligato per poterci prima mettere in discussione, poi perderci ed infine ritrovarci. Ritrovare quello che vogliamo fare e che vogliamo essere veramente.
Intanto, mentre deglutiamo e ci prepariamo alla prossima domanda, al prossimo colloquio, non toglieteci gli “sparuti e incostanti sprazzi di bellezza”. Non toglieteci la facoltà di dubitare prima di rispondere, di farci seccare la gola dall’emozione, di non rinunciare a criticare, di continuare a vedere la bellezza in un altrove, oltre le tapparelle di quel buco di ufficio in cui saremo chini sui pc. Non toglieteci il piacere di sapere che, se alziamo la testa dalla tastiera, la bellezza la vediamo oltre le finestre, nel verde di un parco, nel tuorlo giallo di un uovo, nella piena di uomini e donne come noi.
Elena Sofia Venezia
Dottoressa in Consulenza & Management Strategico, appassionata di media, cinema, arte. I miei maggiori focus d’interesse sono le differenze culturali e l’empowerment femminile. Inguaribile umanista, non mi convertirete mai a pensare binario!
