Si poteva evitare tutto questo?

La risposta è no. Chiaramente qualcuno si dirà: “Perché gli uomini commettono gli stessi errori?” Perché l’uomo è in perenne ricerca del conflitto e quand’anche avesse la possibilità di vivere tranquillo non potrebbe mai accettare questo status quo; la guerra iniziata dopo l’invasione della Russia in Ucraina ha radici ben più profonde nella storia. C’entrano per caso gli accordi di Minsk nel 2015? Anche, e basterebbe parlare soltanto di quelli se volessimo accomodarci sul velluto. In realtà, la situazione inizia a precipitare in una data ben precisa: il 26 Febbraio 1991.

Cosa accade il 26 Febbraio 1991?

Prima di dire ciò che accade in questa data, sarebbe bene soffermarsi su ciò che accade due anni prima: il 9 Novembre 1989 viene abbattuto il muro di Berlino; quel mondo separato in due blocchi da quattro decenni non esisteva più. Difatti, il 26 Febbraio 1991 l’Unione Sovietica si scioglie dando vita a tante nazioni indipendenti fra cui, appunto, la Russia e l’Ucraina.

Un breve viaggio nella storia

Fonte: IARI

L’identità Russa ed il nome Russia hanno origini nella zona di Kiev e nella parte orientale dell’Ucraina, intorno all’anno 1000 D.C. dove il gran principe di Kiev Vladimiro si converte al Cristianesimo dando vita alla lunga storia del Cristianesimo Russo ortodosso. 

Nel corso dei secoli la popolazione russa ortodossa estende i suoi domini a nord sottomettendo tutte le popolazioni slave che abitavano in quelle terre che oggi conosciamo come l’attuale Russia, mentre nel 1400 e 1500, essendosi spostato il centro del potere a Mosca, l’Ucraina divenne sempre più una terra di confine, infatti Ucraina significa “terra di confine”.

Con il passare degli anni l’Ucraina viene conquistata e sottomessa da diversi popoli: Lituani, Polacchi, Austriaci, e per secoli l’Ucraina è parte della Polonia. Nel 1700 dopo la sconfitta della polonia e la sua spartizione, l’Ucraina orientale rientra a far parte dell’impero Russo, mentre la parte occidentale entra a far parte dell’impero Austriaco.  La parte occidentale sviluppa una Chiesa ortodossa che risponde al potere Cattolico della Chiesa di Roma, mentre la parte orientale subisce una politica di “russificazione”.

Durante l’Unione Sovietica, Stalin impone l’ideologia della Grande Russia mentre l’Ucraina è definita “la piccola Russia”, gli viene riconosciuta una sua identità, ma è pur sempre una piccola parte del vasto impero Russo Sovietico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica tutte le Repubbliche socialiste si ritrovano ad essere degli stati ormai indipendenti con il rifiuto di considerarsi Russi, in particolare: i confini dell’Ucraina, disegnati a tavolino durante la dominazione sovietica, sono confini artificiali, perché mai nessuno avrebbe potuto pensare un giorno che l’impero sovietico potesse finire.

Di conseguenza l’Ucraina si ritrova ad essere uno stato indipendente che contiene al suo interno popolazioni con differenti identità, religioni, lingue, infatti in Ucraina orientale una forte maggioranza della popolazione continua a definirsi Russa. Così come nella parte occidentale la maggioranza delle persone si sente Ucraina, una eccezione andrebbe fatta per la città di Odessa dove si ha una situazione di parità.

Dalla caduta del muro di Berlino, con la disgregazione dell’Unione Sovietica, iniziano i primi problemi di identità nazionale in Ucraina, dove nella parte orientale la maggioranza della popolazione si sente russa ed è nata e cresciuta in Russia, ma si ritrova a vivere in Ucraina. Questo problema si è verificato in tutte le repubbliche socialiste diventate indipendenti dall’Unione Sovietica, poiché una parte di popolazione che si sente russa è disseminata in tutti questi nuovi territori indipendenti.

Dal 1990 al 2014 la situazione politica in Ucraina è stata altalenante, infatti possiamo affermare che si sono alternati dei governi filo russi a dei governi filo atlantici, ed è interessante notare la mappa delle percentuali dei voti, dove si può riscontrare una forte volontà di un governo filo Atlantico in Ucraina dell’ovest, ed una forte volontà di un governo filo Russo in Ucraina dell’est.

Gli accordi di Minsk

Gli accordi di Minsk, così chiamati per l’omonima città in Bielorussia dove furono negoziati e firmati, servirono per mettere fine alla guerra dell’Ucraina orientale nel 2014 e furono siglati tra l’Ucraina, i separatisti, la Russia e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).

Questi accordi, arrivati dopo i numerosi tentavi per far cessare i combattimenti nella regione del Donbass in Ucraina orientale, sono suddivisi in dodici punti e oltre ad un cessate il fuoco immediato, prevedono: un rilascio degli ostaggi e delle persone detenute illegalmente, l’adozione di misure per migliorare la situazione umanitaria nel Donbass, il ritiro delle armi pesanti e dei poteri maggiori per le regioni di Doneck e Lugansk.

Gli accordi di Minsk, però, non sono stati rispettati. 

Se per la Russia gli accordi non contengono nessun obbligo in quanto essa afferma di non aver preso parte al conflitto ma di averli firmati solo in qualità della sua funzione di mediatrice tra Francia, Germania e OSCE, l’Ucraina invece sostiene che il ritiro di “tutte le forze armate straniere” riguardi anche la Russia che però continua a negare la sua presenza militare nei territori separatisti. L’altro elemento di disaccordo tra Mosca e Kiev riguarda l’ordine di attuazione dei dodici punti degli accordi: se per il Presidente russo Putin i vari punti vanno attuati in ordine cronologico, il Presidente ucraino Volodimir Zelensky invece vuole il contrario.

I dodici punti

1) Assicurare un cessate il fuoco bilaterale immediato.

2) Garantire il monitoraggio e la verifica del cessate il fuoco da parte dell’OSCE.

3) Una decentralizzazione del potere, anche attraverso l’adozione di una legge ucraina su “accordi provvisori di governance locale in alcune zone delle oblast (regioni) di Doneck Lugansk (“legge sullo status speciale”).

4) Garantire il monitoraggio continuo della frontiera russo-ucraina e la loro verifica da parte dell’OSCE, attraverso la creazione di zone di sicurezza nelle regioni di frontiera tra l’Ucraina e la Russia.

5) Rilascio immediato di tutti gli ostaggi e di tutte le persone detenute illegalmente.

6) Una legge sulla prevenzione della persecuzione e la punizione delle persone che sono coinvolti negli eventi che hanno avuto luogo in alcune aree delle oblast (regioni) di Doneck e Lugansk, tranne nei casi di reati che siano considerati gravi.

7) La continuazione del dialogo nazionale inclusivo.

8) Adozione di misure per migliorare la situazione umanitaria nella regione del Donbass, in Ucraina orientale.

9) Garantire lo svolgimento di elezioni locali anticipate, in conformità con la legge ucraina (concordato in questo protocollo) su “accordi provvisori di governo locale in alcune zone delle oblast (regioni) di Doneck Lugansk” (“legge sullo statuto speciale”).

10) Rimozione di gruppi illegali armati, attrezzature militari, così come combattenti e mercenari dal territorio dell’Ucraina sotto la supervisione dell’OSCE. Disarmo di tutti i gruppi illegali.

11) Adozione dell’ordine del giorno per la ripresa economica e la ricostruzione della regione di Donbass, in Ucraina orientale.

12) Garantire la sicurezza personale dei partecipanti ai negoziati.

Perché Putin decide di invadere l’Ucraina?

Sono molteplici le motivazioni.

Ecco le principali cause che hanno portato allo scoppio della guerra secondo gli esperti:

  • Il disgregamento delle “tre sorelle slave”
    Russia, Bielorussia e Ucraina sono state definite le tre sorelle slave: tre Stati, insomma, molto simili fra loro, strettamente imparentate anche a livello di legami familiari fra stato e stato. Con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 gli stati si sono formalmente separati, ma la Russia continua a voler riportare le due nazioni sotto al sua orbita.
  • Le posizioni filoeuropee dell’Ucraina
    Il secondo punto di attrito fra Mosca e Kiev riguarda l’apertura dell’Ucraina verso l’Europa. Nel 2014 avvenne quella che è passata alla storia come Euromaidan, la rivoluzione della Dignità, dopo che il presidente filorusso Viktor Yanukovich sospese l’accordo di libero scambio tra Ucraina e Ue. Da lì iniziò il processo di impeachment (messa in stato di accusa) del presidente e fu instaurato un governo ad interim con il filoeuropeo Oleksandr Turcinov, mai riconosciuto da Mosca. A maggio fu eletto Petro Poroshenko, e nel 2019 l’attuale presidente Volodymyr Zelensky. La vicinanza dell’Ucraina all’Europa non è mai andata a genio a Mosca, che si è sentita minacciata dall’apertura dell’Ucraina all’occidente.
  • La questione del Donbass
    La risposta della Russia alle proteste ucraine è stata l’invasione della Crimea e il successivo appoggio russo alla rivolta dei separatisti filorussi nel Donbass, dove sono state dichiarate due repubbliche indipendenti. Gli scontri, nonostante il cessate il fuoco sia stato dichiarato ormai da tempo (leggere sopra per ciò che concerne gli accordi di Minsk) non sono mai stati interrotti.
  • La possibile annessione dell’Ucraina alla NATO
    Dopo la seconda guerra mondiale l’Ucraina ha rivestito il ruolo di stato-cuscinetto: uno stato, in sostanza, che mantiene una neutralità tattica fra due superpotenze, per scongiurare possibili conflitti. Ma dall’indipendenza del 1991 l’Ucraina ha mostrato diversi segnali di una volontà di avvicinamento alla NATO. Se l’annessione non è ancora avvenuta è solo perché la NATO non può accettare l’ingresso di stati che abbiano ancora conflitti irrisolti al proprio interno. La possibilità di avere uno stato confinante facente parte della NATO però è bastato per mettere in allarme la Russia e farle percepire la minaccia di una sgradita espansione occidentale nel suo campo di influenza geopolitica.

La storia come “teatro” di illusioni:

Fonte: Dissipatio

Ed eccoci qui, sull’orlo di un terzo conflitto mondiale che potrebbe scoppiare da un momento all’altro. Sembra passato così tanto tempo da quel 24 Febbraio 2021 (giorno in cui la forze armate della Federazione Russa hanno invaso i territori dell’Ucraina) e ogni giorno che passa da allora è un giorno in cui ci avviciniamo sempre più a qualcosa di inevitabile. Lo storico Dominic Sandbrook sostiene che: “Siamo più vicini che mai a una guerra nucleare e il nostro destino dipende da un malato” riferendosi ovviamente a Vladimir Putin.

Fino a che punto però può essere vera quest’affermazione?

Si può dare la colpa ad un solo uomo, oppure la terza guerra mondiale è qualcosa oggi di inevitabile?

Al di là di ogni riflessione razionale ed economicista, il conflitto russo-ucraino ha squarciato il velo di Maya della società umana occidentale della pura ricerca del benessere e della pace, come fine ultimo della storia. Apparentemente fuori da ogni logica, risponde alla proiezione di potenza della Russia che, sacrificando l’economia ai bisogni trascendenti dell’Impero del Katéchon, ridefinisce e sconvolge una percezione già ampiamente (nel caso dell’Europa) o parzialmente (nel caso degli Stati Uniti), post-storica.

Ad essere tornata sulla scena è dunque la storia come teatro di illusioni. Troppo impegnata a confrontarsi con un diffuso senso di colpa per un passato imperialista, schiavista, fascista o nazista, il volto dell’Europa Occidentale è quello di un gigante vuoto, in cui l’illusione ha lasciato il posto alla concreta ricerca di un paradiso del comfort consumistico, nella speranza che sia esso il destino ultimo della pacifica convivenza umana sulla terra.

Eppure le illusioni sussistono. E se non sono più ritenute vere in Occidente, se non nell’ultima, severiniana, illusione tecnico-scientifica, tuttavia fuori dai suoi confini esse dominano ancora le coscienze collettive, laddove i beni materiali vengono – dopotutto – in secondo piano.

Se si vuol comprendere tale processo, risulta pertanto indispensabile confrontarsi con il pensiero di Giacomo Leopardi e di Emil Cioran, rispettivamente profeta e cantore di una decadenza già in atto. Interpreti distanti, il recanatese perché non ancora in grado di vedere tutta la complessità della Strage delle illusioni (che dà il titolo alla raccolta di scritti politici leopardiani, edita Adelphi); Cioran, perché esterno e straniero rispetto alla civiltà occidentale, come da lui stesso ammesso ne La tentazione di esistere«Chi appartiene organicamente a una civiltà non può identificare la natura del male che la mina». E di quale male si sta parlando? Leopardi e Cioran parlano ad un mondo svuotato, prossimo al rigor mortis in Leopardi, già in lenta decomposizione in Cioran. Dialogano ad un secolo di distanza. E Cioran sembra il completamento perfetto del pensiero leopardiano, di cui fu un lettore.

E in una riflessione congiunta, quasi in uno scambio epistolare aldi là del tempo e dello spazio tra i due intellettuali, si potrebbe immaginare come apertura la spietata definizione che dà Leopardi, nel 1821, della civilizzazione:

«Tutte le forze dell’uomo sono nella natura e illusioni; la civiltà, la scienza ec. e l’impotenza sono compagne inseparabili; vuol dire che il fare non è proprio né facoltà che della natura, e non della ragione; e siccome quegli che fa è sempre signore di chi solamente pensa, così i popoli o naturali o barbari che si vogliano chiamare, saranno sempre signori dei civili, per qualunque motivo e scopo agiscano.»

E segue una profezia, certo realizzatasi nel corso dei duecento anni che separano il nostro mondo da quello di Leopardi, ma che pur riecheggia nelle orecchie occidentali come un monito sempre valido:

«Ma finattanto però che resteranno barbari al mondo, o nazioni nutrite di forti e piene e persuasive, e costanti, e non ragionate, e grandi illusioni, i popoli civili saranno lor preda.»

Non potrebbe desistere Emil Cioran, dall’assecondare tali previsioni. Lui, uomo del XX secolo, partecipe della tragedia e della dissoluzione del Vecchio Continente, della sua spartizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. E all’Europa occidentale che – nelle migliori e più nobili intenzioni – desidera un mondo post-storico, proteso alla pace e al benessere per il mondo intero, si sente di replicare, facendo riecheggiare le considerazioni di Leopardi, in questo modo:

«Puntare sulla scomparsa degli istinti guerrieri, credere alla generalizzazione della decrepitezza o dell’idillio significa vedere lontano, troppo lontano: utopia, presbitismo dei vecchi popoli. I popoli giovani al contrario, rifuggendo dalla scappatoia di un inganno, vedono le cose dal punto di vista dell’azione.»

L’indagine e l’analisi dei due pensatori viaggia su un piano da psicologia dei popoli. Un uomo privo di illusioni, di considerazione di sé e convinto dei propri mezzi, è altrettanto debole ed indifeso di un popolo o di una nazione o di una civiltà che ne siano prive. È vuoto ed inetto all’azione. L’amor nazionale è illusione, falsa quanto ogni altra; esso deriva però in Leopardi dalla natura, al pari di ogni altra illusione.

Individui senza illusioni formano nazioni senza illusioni, incapaci di agire e di desiderare alcunché (Zibaldone, 1728).

L’allontanamento dalle illusioni rappresenta l’ultimo stadio di un allontanamento irreparabile dell’uomo della natura, a cui non può sostituirsi nulla di altrettanto efficace a livello etico o politico. Un popolo è, altresì, una somma spesso indistinta di ossessioni in Cioran, e come tale riflette queste ultime o la loro assenza.

Ragione e filosofia, consumano tali ossessioni, rendono i popoli euro-occidentali facile vittima di un mondo che non comprendono più:

«Non potendo difendere le nostre astuzie contro i muscoli, diventeremo sempre meno utilizzabili per un fine quale che sia: il primo venuto ci incatenerà. Osservate l’Occidente: esso trabocca di sapere, di disonore e di flemma. A questo dovevano arrivare i crociati, i cavalieri, i pirati: allo stupore per una missione compiuta.» 

Missione compiuta, dunque. Una traiettoria storica drammatica e sanguinosa, costellata di conflitti e di incomprensioni, di devastazioni e di rovina. Di splendori artistici nutriti di quella stessa scomodissima civiltà dell’intolleranza e della sopraffazione, costellata di sovrani ambiziosi e di una tendenza all’espansione e al predominio globale, che fu l’Occidente. Così guardando ne La tentazione di esistere ai quadri della National Gallery di Londra, i ritratti di quegli uomini del passato, così belli e dai volti delicati, esprimono nondimeno l’energia, la fermezza e l’arroganza de «i bruti, il canagliume» che concorsero alla formazione dell’Impero britannico.

Oppure si pensi alla Chiesa cattolica, laddove i papi «fintanto che fornicavano, si davano all’incesto e all’assassinio, dominavano il secolo». Princìpi di una drammatica imperfezione. Nell’imperfezione e nel bisogno maturano tali e tante imprese, suggellate dalle violenza della conquista militare e dalla successiva autodistruzione dell’Europa con le due guerre mondiali. Anche in Leopardi, incapace di prevedere tante e tragiche deflagrazioni, si respira un cordoglio nei confronti della natura umana “più autentica”, come scrive a Pietro Giordani:

«Io tengo che la società umana abbia principii ingeniti e necessari d’imperfezione, e che i suoi stati sieno cattivi più o meno, ma nessuno possa esser buono.»

Siamo ben lontani, sebbene tali possano apparire i pensieri tanto di Cioran quanto di Leopardi dal pensiero vitalistico di Nietzsche e da qualsiasi annuncio di una umanità finalmente libera dalle illusioni.

Invero le illusioni, proprio perché naturali, e la brutalità – che pure ha dei limiti cronologici insiti nella vita di un individuo o di un popolo – non fanno più parte dell’orizzonte di pensiero occidentale.

E se Cioran taccia come inverosimile un avvizzimento generalizzato del mondo, al pari del Vecchio Continente, Leopardi arrischia una previsione nel 1821, in cui già sembra di intravedere la decomposizione tenuta in piedi dalla tecnica, la liquidità mortuaria di Di Dario, il ritorno a stadi primitivi di Spengler:

«Quando à son tour la civiltà divenuta oggi sì rapida vasta e potente conquistatrice, non avrà più nulla da conquistare, allora o si tornerà alla barbarie, e se sarà possibile, alla natura per una nuova strada, e tutta opposta al naturale, cioè la strada dell’universale corruzione. Come ne’ bassi tempi.»

All’uomo non resta dunque che la rinuncia. Quella che Cioran e Leopardi intravedono in un Oriente, percepito ed immaginario. Leopardi che come «ragionevole usanza dei Turchi e degli altri orientali» preferisce alla politica il sedere sulle proprie gambe tutto il giorno «e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza».

Cioran che guarda con fascinazione al Taoismo, pur ritenendo l’occidentale incapace di percepirne l’essenza.

Barbarie e misticismo, come nell’Impero romano d’Occidente, sul quale ironicamente Cioran si sofferma, invidiando «meno quelli che, avendo visto Roma sprofondare, credevano di godere di una desolazione unica, non trasmissibile».

Prima di questa fase sono però altri i popoli barbari da temere.

Ad oggi l’immagine di una guerra nel cuore dell’Europa scandalizza e mette in allarme le cancellerie occidentali, riesumando paure che sembravano sepolte entro la nostra civiltà del benessere, già profondamente turbata dall’emergenza pandemica.

Spaventose nubi si addensano sul mondo occidentale, e già Cioran le intravide esaminando la Russia, incardinata nell’illusione di un destino profondo ed ancestrale, mascherato da comunismo in salsa nazionalista e disvelatosi nella Federazione post-sovietica di Putin follemente lanciatasi alla conquista della vicina Ucraina.

Vale la pena di citare le parole di Cioran, da La tentazione di esistere, profezia allucinante e drammaticamente percepibile nelle crescenti incertezze di un mondo che sussulta e teme il collasso, dinanzi allo sforzo illusorio e “barbarico” del vicino orientale:

«I Russi sentono ciò che pensano; le loro verità, come i loro errori, sono sensazioni, stimoli, atti. In realtà essi non pensano, deflagrano. Ancora fermi allo stadio in cui l’intelligenza non attenua né dissolve le ossessioni, ignorano gli effetti nocivi della riflessione, così come quegli eccessi della coscienza nei quali quest’ultima diventa fattore di sradicamento e anemia. Possono dunque incamminarsi tranquillamente. Cos’hanno da affrontare se non un mondo linfatico? Non c’è nulla davanti a loro, nulla di vivo col quale possano scontrarsi, nessun ostacolo: non fu uno di loro a usare per primo, in pieno XIX secolo, la parola “cimitero” a proposito dell’Occidente? Presto arriveranno in massa per visitarne le spoglie. I loro passi sono già percettibili a orecchi fini. Chi potrebbe opporre alle loro superstizioni in marcia anche solo un simulacro di certezza?»

Sull’orlo di un conflitto nucleare

Siamo oggi sull’orlo di un conflitto nucleare. Un conflitto che questa volta non avrà né vinti né vincitori, un conflitto inevitabile.

Ha ancora senso credere nel domani? Cosa possiamo fare noi? Abbiamo tempo? Perché non impariamo dal passato? Che futuro ci sarà per le generazioni a venire? Ci sarà un futuro? 

Quante domande, infinite.

Il punto è che una risposta non c’è. Siamo in balia degli eventi, e dobbiamo a questo punto accettare il nostro destino. Accettare, sì. Rimanere in silenzio? Assolutamente no.

“La parola è un condottiero della forza umana. Che il tempo esploda dietro a noi come una selva di proiettili. Ai vecchi giorni il vento riporti solo un garbuglio di capelli”. -Vladimir Vladimirovič Majakovskij.

 

Altre fonti citate:

GUERRA ATOMICA: QUANTO SIAMO VICINI

 

https://www.studenti.it/guerra-in-ucraina-perche-motivi-guerra-ucraina.html

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