Nel crepuscolo che precede la notte di Halloween, quando il mondo si prepara al passaggio tra luce e oscurità, vale la pena tornare all’origine di questa ricorrenza e al nome che la genera: Samhain.

La radice di questo termine è filologica prima ancora che mitica. In Old Irish, l’irlandese arcaico, Samuin o Samain deriva probabilmente dall’unione di sam- (“estate”) e fuin (“fine” o “tramonto”), dunque letteralmente “fine dell’estate”. In gaelico scozzese si trova come Samhuinn, mentre in gallese moderno si incontra la forma Calan Gaeaf, “il primo giorno d’inverno”. È affascinante notare che in nessuna di queste lingue la parola designa soltanto un giorno: essa indica piuttosto un punto liminale del tempo, una soglia stagionale e metafisica.

Sotto il profilo linguistico, sam- richiama anche l’antico concetto indoeuropeo di sem- (“uno, insieme”), radice che ha dato origine in latino a “simul” e in greco a “homo-”. In questo senso, Samhain racchiude un doppio valore: è la fine dell’estate, ma anche il ritorno all’unità originaria, la confluenza di tutte le forme nell’indifferenziato della notte invernale.

Il mondo celtico non concepiva il tempo come un flusso lineare ma come un intreccio ciclico di stagioni tra fasi luminose e oscure. In questa visione, l’anno non è solo una successione di mesi, ma una trama cosmica in cui ogni punto indica un nodo.

Samhain cadeva tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, segnando il passaggio dalla “mezza luce” all’oscurità predominante (la “mezza notte dell’anno”). Secondo l’usanza gaelica, il nuovo giorno iniziava al tramonto, dunque la sera del 31 ottobre era già parte del tempo nuovo.

In questa cornice, Samhain funge da soglia non solo stagionale ma ontologica: durante la notte, il velo tra il mondo dei vivi (Bith) e l’Altro-Mondo (Tír na nóg, la “terra dell’eterna giovinezza”) si faceva sottile, tanto che gli spiriti potevano attraversarlo.

L’ordine del mondo si sospendeva e la realtà diventava permeabile, in una dimensione che gli antropologi contemporanei definirebbero liminale, un concetto di attraversamento, in cui le categorie quotidiane si sospendono.

Nella notte di Samhain, i villaggi spegnevano i fuochi domestici e accendevano grandi falò collettivi, bone-fires, destinati a purificare e rinnovare. Da quelle fiamme sacre si riaccendeva il fuoco di ogni casa, come a ristabilire un legame comunitario e cosmico. Si lasciavano offerte di cibo e latte agli spiriti e agli dèi (in particolare a Arawn nel Galles e a The Morrígan o Dagda in Irlanda) affinché il ciclo della fertilità non si spezzasse. Gli uomini indossavano pelli animali o maschere per confondere gli spiriti vaganti, un gesto di mimetismo rituale che rappresentava, allo stesso tempo, protezione e metamorfosi.

Le fonti medievali irlandesi, come il Dindshenchas e le cronache del Lebor Gabála Érenn (“Libro delle invasioni d’Irlanda”), descrivono Samhain come il tempo in cui si aprono i Sídhe, le colline dei tumuli, dimora degli dèi e dei morti, e gli eroi affrontano le prove del destino. È in questa notte che “Cormac mac Airt” riceve la coppa magica, che “Nera” attraversa il mondo dei defunti, che la guerra e la profezia si confondono. Si tratta di racconti simbolici, ma anche di trasposizioni mitiche di un’idea concreta: l’attraversamento del confine.

Anche l’archeologia suggerisce che Samhain avesse radici preistoriche. Alcuni tumuli neolitici irlandesi, come quello di Mound of the Hostages a Tara, presentano corridoi allineati al sorgere del sole proprio nel periodo di Samhain e del suo corrispettivo primaverile, Beltane. Questo indicherebbe che l’osservazione astronomica e il senso sacro della soglia stagionale precedano l’organizzazione druidica del rito. Il Calendario di Coligny, tavola di bronzo del II secolo d.C., riporta la menzione del mese Samonios, associato al “capodanno” celtico. Samhain, dunque, non era una semplice festa: era l’inizio dell’anno nuovo, la chiusura e la rinascita dell’ordine cosmico.

Con l’espansione del cristianesimo, la liturgia si sovrappose al mito senza cancellarlo del tutto. Nel secolo VIII, papa Gregorio III istituì il 1° novembre come festa di All Hallows’ Day, Ognissanti; un secolo dopo, il monaco benedettino Odilone di Cluny introdusse il 2 novembre come Commemorazione dei Defunti. Le due ricorrenze cristiane inglobarono il nucleo simbolico di Samhain: la memoria dei morti, la comunione fra visibile e invisibile, la speranza di una continuità oltre la soglia. La sera precedente, All Hallows’ Eve, divenne poi Halloween. Nelle campagne irlandesi, la persistenza delle tradizioni rese la transizione quasi impercettibile.

Quando, nel XIX secolo, le migrazioni irlandesi portarono queste usanze nel continente americano, Samhain cambiò ancora volto. Nacquero le zucche intagliate, jack-o’-lanterns, derivate dalle antiche rape scavate; le offerte ai defunti si trasformarono nel gesto ludico del “trick or treat”; i travestimenti rituali divennero costumi teatrali. Nella modernità urbana, la festa perse il suo contenuto cosmico ma conservò un’eco antropologica profonda: la necessità di guardare la morte senza negarla, di travestirla, di farne spettacolo per renderla sopportabile.

In questo passaggio si annida anche l’interrogativo sull’identità. Mascherarsi durante Samhain non era soltanto un espediente magico per sfuggire agli spiriti, ma un gesto simbolico: divenire altro, dissolvere la propria forma per qualche ora. È l’esperienza dell’io come metamorfosi, la consapevolezza che ogni identità è una pelle provvisoria.

Nella società contemporanea, dove la morte è rimossa e la memoria è sempre più fragile, Samhain ci restituisce un’educazione dell’ombra. Rende visibile l’invisibile, fa del ricordo un atto presente, restituisce sacralità al ciclo naturale. Per cui, ogni zucca che si illumina dall’interno o ogni candela che arde nella notte, rinnovano ciò che i secoli non hanno cancellato: un atto di continuità contro l’oblio.

 

Margherita Baldini

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