Il 31 ottobre ha un’atmosfera tutta sua. C’è chi ha già organizzato una serata in maschera, chi sta scegliendo quale film horror guardare e chi, come ogni anno, si ritroverà a dire di non avere paura per poi saltare al primo rumore sospetto.

Intanto, tra zucche illuminate, costumi e decorazioni, Halloween è ormai entrato nelle nostre case, trasformando per una sera anche le cose più familiari in qualcosa di un po’ più misterioso. È una festa che conosciamo soprattutto attraverso il cinema e l’immaginario americano, diventato ormai familiare anche qui in Italia, ma, mentre pensiamo a streghe, vampiri e case infestate, c’è una domanda che vale la pena farsi: abbiamo davvero bisogno di guardare oltreoceano per trovare una bella storia da brividi?

La risposta è no, anche l’Italia ha le sue storie da brividi, e alcune sono entrate così profondamente nella nostra cultura da essere tramandate ancora oggi. Pensiamo alle janare, le streghe della tradizione campana, alle leggende del fantasma di Azzurrina nel castello di Montebello, o alle tante storie di spiriti e presenze misteriose che popolano castelli, borghi e luoghi antichi della nostra penisola. Racconti diversi tra loro, ma accomunati da una cosa: quella capacità di farci venire i brividi anche quando sappiamo benissimo di averli già sentiti. Eppure, oltre alle leggende più conosciute, esistono storie che sono rimaste legate soprattutto ai luoghi in cui sono nate, custodite nella memoria delle comunità e tramandate di generazione in generazione.

Per questo Halloween, facciamo un salto nel Cilento, precisamente a Gioi, un piccolo borgo dove la tradizione popolare conserva il ricordo di una figura tanto inquietante quanto affascinante: Santa Santecchia.

Una strega diversa da quelle che siamo abituati a vedere nei film, protagonista di una leggenda che intreccia paura, racconti popolari e storia locale. La storia di Santa Santecchia comincia proprio come quelle che ci raccontavano da piccoli: «C’era una volta…». Solo che, in questo caso, la protagonista non è una principessa e il finale è decisamente meno rassicurante.

Secondo la leggenda a Gioi viveva una donna bellissima, ma anche egoista e vanitosa, che nemmeno con l’arrivo della vecchiaia avrebbe smesso di pensare a se stessa, quando si avvicinò il momento della morte, anziché pentirsi scelse di vendere la propria anima al demonio. Da quel momento, Santecchia avrebbe cominciato a praticare malefici e incantesimi, nascondendosi in una grotta sotto il castello e grazie a una rete di gallerie sotterranee, ogni notte si sarebbe aggirata per il paese alla ricerca di bambini da catturare e offrire al demonio.

Per molto tempo nessuno riuscì a fermarla. Finché, un giorno, arrivò a Gioi un misterioso cavaliere, che armato di due catene scese nella grotta, catturò la strega e la rinchiuse in un baule, avvolgendolo strettamente con le catene.

Prima di andarsene, lasciò agli abitanti un avvertimento: entro cento anni qualcuno avrebbe dovuto scendere nuovamente nella grotta e sostituire le catene. Altrimenti, Santecchia sarebbe tornata libera.

Gli anni passarono, la paura si attenuò e le nuove generazioni finirono per dimenticare l’avvertimento. Anche le urla che, secondo il racconto, provenivano dalla grotta insieme al rumore delle catene non bastarono a mantenere viva la memoria di quel pericolo. Quando il secolo scadde, Santecchia tornò libera ma il tempo aveva ormai trasformato la sua bellezza in qualcosa di mostruoso e la strega, assetata di vendetta, ricominciò a terrorizzare la popolazione. Questa volta, però, nessun cavaliere arrivò in soccorso di Gioi, gli abitanti si rivolsero allora a San Nicola e portarono la statua del Santo fino all’ingresso della grotta. Secondo la leggenda, quando Santecchia uscì, la statua si animò e la incenerì, liberando finalmente il paese dalla sua presenza.

La storia di Santa Santecchia non è rimasta soltanto nei racconti tramandati a voce, a Gioi c’è un dettaglio che rende questa leggenda ancora più interessante: nella chiesa del convento di San Francesco si conserva un pannello di maioliche risalente alla fine del Cinquecento, sul quale è raffigurata una donna a metà tra la bellezza e la morte. Una parte del corpo è ancora umana, mentre l’altra è già scheletro. Accanto alla figura si legge un’iscrizione che colpisce per le parole che sceglie:

«Più Bella Fui Più Brutta sono / O Inferno O Penitenza / Eliggete / O momentaneo diletto in questa vita / O Eterno tormento nel altra vita / O mai, mai e poi mai / O Sempre, Sempre e poi Sempre / O godere / O patire / Rècipe».

Il messaggio sembra mettere davanti a una scelta: da una parte il piacere momentaneo della vita terrena, dall’altra il tormento eterno, ed è proprio quel contrasto tra la bellezza di un tempo e l’aspetto ormai segnato dalla morte che richiama inevitabilmente alcuni degli elementi della leggenda di Santecchia, soprattutto il destino di una donna che, secondo il racconto, avrebbe preferito dannarsi piuttosto che rinunciare alla propria bellezza.

La figura della maiolica è stata infatti associata alla strega dalla tradizione locale, anche se non possiamo affermare con certezza che il pannello sia stato realizzato proprio pensando a lei. Attorno a queste maioliche si è tramandata anche una credenza particolare: calpestare la figura avrebbe portato sfortuna. Un piccolo dettaglio che racconta quanto le immagini e le storie popolari possano intrecciarsi. Questo ci fa capire come una leggenda possa sopravvivere in forme così diverse: nelle parole di chi la racconta, in un’immagine conservata per secoli e nei luoghi che continuano a essere legati alla sua storia.

A Gioi, il ricordo di Santa Santecchia ha trovato anche un nuovo modo per essere riportato in vita, facendo diventare il paese stesso parte del racconto, infatti è proprio da questa storia che nasce L’Anatema di Santa Santecchia, un’esperienza horror a squadre organizzata dall’associazione Off Limits. L’iniziativa porta i partecipanti tra enigmi, prove e vicoli del paese, trasformando la leggenda in un gioco di ruolo in cui bisogna collaborare, trovare indizi e affrontare le diverse sfide per arrivare alla soluzione. Nel corso delle diverse edizioni, gli spazi storici del borgo e del convento di San Francesco sono diventati parte dell’esperienza, contribuendo a creare un’atmosfera in cui i luoghi reali si mescolano alla finzione e alla tradizione popolare.

In questo modo, una storia che appartiene al passato continua a trovare spazio nel presente. Cambiano le forme con cui viene raccontata, cambiano le persone che la ascoltano e anche il modo di viverla, ma il legame con il territorio rimane. E forse è proprio questo che permette alle leggende locali di non scomparire: non restare ferme nel tempo, ma trovare nuove occasioni per essere scoperte e tramandate.

Così, questo 31 ottobre, mentre gli schermi rimandano le solite icone pop, il Cilento ci ricorda che le storie più vive sono quelle incise nei luoghi che attraversiamo. Non servono effetti speciali né finzioni d’oltreoceano per far battere il cuore più forte: bastano i vicoli di un borgo antico, l’ombra del convento e quella memoria collettiva che ancora scivola a mezza voce tra le case, avvertendo chiunque si avventuri nella notte:

“Accort, ca esce Santa Santecchia…”

Privacy Preference Center