IL RETROSCENA STORICO

Le Primavere Arabe del 2011 sono state l’avvisaglia di una svolta senza precedenti nei precari equilibri che tenevano insieme il bacino del Mediterraneo. Un vento di rivolta è partito dalle piazze della Tunisia e si spinto con forza ad Oriente, investendo l’Algeria, la Libia, l’Egitto e la Siria, un nugolo di Paesi appena al di là delle nostre coste. Nei millenni passati, della cultura araba che domina quelle terre abbiamo assorbito arti, usi, geni e caratteri secondari che, ancor oggi, sono parte del fil rouge che lega le culture del meridione d’Europa. Tuttavia, quel che pareva essere, a primo acchito, uno sprazzo di libertà nella cappa d’oppressione della tirannia si è ben presto rivelato il punto d’innesco di nuove lotte intestine. Gli estremismi e la brama di potere hanno fagocitato in un sol boccone il desiderio di libertà: volti nuovi hanno soppiantato i vecchi come in un asettico passaggio di consegne, emergendo dal magma delle retrovie e ammantandosi del  ruolo di guardiani della rivoluzione senza che, nella sostanza, nulla cambiasse. Il sogno dell’emancipazione è diventato rigurgito reazionario, mero ricambio tra fazioni in rotta di collisione. In questo contesto, nel 2013, il regime militare del generale Al-Sisi ha preso il controllo dei palazzi del potere del Cairo con un cruento golpe ed ivi ha insediato il centro di diramazione del proprio controllo sull’intero Egitto.

IL DRAMMA DI PATRICK

Patrick George Zaki è un ricercatore ventisettenne di Mansura, laureato alla locale università e partito dal delta del Nilo alla volta del Belpaese, sul finire del 2019, per seguire un master in Studi di Genere all’Alma Mater di Bologna, tema sul quale si concentravano anche le sue ricerche nell’EIPR (Egyptian Initiative for Personal Rights), ONG orientata alla salvaguardia dei diritti inviolabili della persona. L’emancipazione dalla retorica tradizionalista di regime è, oggi, una vetta difficile da scalare nel Paese delle piramidi: per uno studioso di fenomeni sociali come Patrick, poi, diventa addirittura proibitivo, se non impossibile, guadagnare spazi di manovra ed esprimere posizioni in dissenso rispetto a quelle del Governo centrale, per quanto esse si dimostrino logiche deduzioni di studi riconosciuti sul piano internazionale. Il regime militare che ha attualmente in mano le sorti dell’Egitto, non a caso, possiede tutti i tratti dei totalitarismi del secolo scorso, a partire dall’impronta repressiva a danno della libera espressione fino alla violazione dei diritti umani perpetrata a questo scopo.

Il 7 febbraio, di ritorno dall’Italia per far visita ai propri familiari, Patrick è stato prelevato da un manipolo di agenti della Polizia del Cairo direttamente dalle file del check out nell’aeroporto della capitale. Il giovane ha colto, con lucidità disarmante, un istante di inerzia per mettere al corrente i genitori di quanto si stava profilando dinanzi ai suoi occhi, prima di essere spogliato degli effetti personali, ammanettato, bendato e trasportato presso la procura di Mansura per formalizzare un’istanza di custodia cautelare a suo carico – provvedimento che, in Egitto, può persino raggiungere i due anni di durata. L’EIPR, ossia la già menzionata ONG per la quale Patrick prestava le proprie competenze in materia di diritti civili e studi sociali, ha accertato il ricorso alla tortura da parte delle forze di Polizia: nel corso delle 30 ore di interrogatorio di cui il ricercatore è stato protagonista, pare che gli agenti abbiano fatto ricorso a scariche elettriche, percosse in vari punti del corpo, infierendo con inaudita violenza al livello dello stomaco e della colonna vertebrale, e a violenze verbali sfociate in esplicite minacce di stupro. Ore di aberrante follia hanno lacerato la dignità di Patrick, coperto ogni sprazzo di umano decoro e sferrato colpi alla cieca contro la sua coscienza di uomo, cittadino e studioso.

In ultima istanza, il 15 febbraio, la procura di Mansura ha rigettato la richiesta di scarcerazione avanzata dai legali dell’EIPR che assistono il giovane, senza fornire valide motivazioni giudiziarie alla difesa: oltre al danno, la beffa.

Allo stato attuale, Patrick è in stato d’arresto per cinque capi d’imputazione, fra i quali spiccano quelli di propaganda eversiva, danno alla sicurezza nazionale e tentato rovesciamento del regime. A detta delle autorità, avrebbe fomentato avversione alla linea del Governo e appoggiato organizzazioni terroristiche per sovvertire l’ordine costituito. A tal proposito TenTV, emittente radiotelevisiva egiziana finanziata direttamente dai vertici del regime, ha addirittura accusato il giovane ricercatore di incitare all’odio contro lo Stato e i costumi dell’Egitto, reo di aver scelto il tema dell’omosessualità come perno concettuale della propria tesi di laurea.

PATRICK E GIULIO: IL SAPERE IN CATENE

Il caso, così com’è articolato, riporta alla mente la tragica vicenda che ha stroncato Giulio Regeni agli albori del 2016: del ricercatore italiano, però, si ebbero notizie solo quando furono rinvenute le sue spoglie ai bordi di una strada a scorrimento veloce appena fuori dalla capitale egiziana.

La situazione di Patrick, al contrario, può ancora essere ribaltata e la comunità internazionale ha l’onere civile e morale di profondere il massimo del proprio ingegno e dei propri sforzi per restituirlo ai suoi studi e alla libertà che merita in quanto essere umano. Giulio, purtroppo, è già morto sull’altare della conoscenza, ma la sua morte rimarrà un ossimoro: la conoscenza è vita e la libertà di esprimerla, diffonderla e farne vessillo di emancipazione è la sua spontanea ragion d’essere. Il sapere, infatti, non si costruisce su slogan e proclami, ma con il lavorio costante e periglioso della ricerca, che persegue il rigore della scienza e non la logica abietta del pressapochismo. Non è un caso, quindi, che la repressione tenda naturalmente ad investire il sapere, in quanto foriero di consapevolezza e costruttore di verità, confutabili solo a patto che ogni tesi contraria segua il paradigma base della scienza: la dimostrabilità. “Sapĕre”, d’altronde, è quel verbo che, in latino, nasce con la duplice accezione dell’«aver senno» e dell’«aver sapore»: è un’alcova semantica non agevole da decifrare, ma forte nel senso ultimo del suo dispiegarsi. In altre parole, è il piacere della conoscenza senza barriere che conferisce sapore agli eventi in divenire e senso critico alle coscienze, rendendole capaci di uscire dalla gabbia dei luoghi comuni. Questo, forse, è il senso ultimo del lascito di Giulio, che vive come baluardo della scienza in chi ancora lotta per leggere la realtà con gli occhi della ragione, in chi si oppone ai facili tentativi di strumentalizzazione e scruta le idee fuori da ogni compartimento stagno, nelle loro molteplici sfumature, come fossero le tessere di un immenso mosaico.

Giulio e Patrick sono e restano uomini di scienza che hanno fatto del connubio tra ragione e ideali il loro mantra, nonostante gli abusi e le diffamazioni; per questa ragione, non esiste abiezione che possa scardinare la loro coscienza e rendere i loro corpi dei gusci vuoti di contenuto, così come non esiste filtro che possa annacquare la loro voce e disperderla nell’oblio.

«STAVOLTA ANDRÀ TUTTO BENE»

La tensione intorno alla vicenda ha sviluppato una chiara temperie nell’opinione pubblica. Tant’è che la mattina del 13 febbraio, a Roma, sul lembo della cinta muraria di Villa Ada rivolto verso Via Salaria, è comparsa una rappresentazione di Giulio e Patrick stretti in un abbraccio: il ricercatore triestino rassicura il collega egiziano con un lapidario, quanto loquace, «stavolta andrà tutto bene»; sul bordo inferiore del murales, in rilievo semantico, campeggia la parola «LIBERTÀ» resa in caratteri arabi e, poco più in alto, l’hashtag #FREEPATRICK. Rivendicato dall’artista romano Laika, il graffito è stato prontamente rimosso il giorno successivo, quasi con l’intento di stendere un velo di omertà sull’accaduto. Sembra, infatti, che il giovane egiziano sia stato inspiegabilmente interrogato dalle autorità anche sulle “sovversive” ricerche di Giulio ed i suoi presunti legami con le organizzazioni sindacali avverse ad Al-Sisi: salvare la vita, la libertà e l’autodeterminazione di Patrick, dunque, costituisce un riscatto anche per la memoria di Giulio, a testimonianza del fatto che il suo messaggio prospera in chi ancora crede nel valore della conoscenza, soprattutto in barba all’avverso allineamento degli intrecci temporali. Su questo sottile filo conduttore, che lega due giovani nati su sponde opposte del “mare tra le terre”, bisogna mediare e sbrogliare la matassa: l’incommensurabilità di una vita umana non è in alcun modo relegabile alla clausola di un accordo bilaterale, così come non esiste metro o misura per la facoltà di un essere umano di esprimere il proprio pensiero senza incappare nelle maglie della censura.

Perché, allora, i media egiziani, in un Paese che occupa le vette mondiali per numero di giornalisti detenuti e repressione della libertà di stampa, hanno tenuto a sottolineare la presunta omosessualità di Patrick come un’aggravante rispetto alle astrusità imputategli? È necessario contestualizzare, certo, ma se l’omosessualità diventa deviazione da un fantomatico ordo naturalis, se la libertà di amare è aberrazione e la fluidità di genere è vezzo anomalo di pochi folli, cosa resta della voce e del sudore di chi ha lottato per legittimare le diverse manifestazioni della natura umana dinanzi ad un tessuto sociale arroccato nell’oppressione dei propri ancestrali stereotipi? Amare, qualunque sia l’accezione che si intenda dare al lemma, è scegliere chi essere, maturare consapevolezza circa il proprio ruolo nel mondo, misurarsi con i propri simili per aspirare ad una dimensione inclusiva, plurale, aperta alle differenze e alla loro valorizzazione come arricchimento per la collettività. La società globale, di fatto, è una lente multidimensionale che della varietà deve fare il proprio punto di forza, sia come perno per la costruzione della pace che come prerequisito del proprio divenire.

Patrick ha osato, in un simile frangente, parlare di emancipazione, di amore, di genere ed è finito in catene: a questo punto, se ad un essere umano è negato il diritto di parlare d’umanità, cade il presupposto stesso su cui il principio di libertà si regge e dispiega i suoi effetti.

Patrick non è un criminale e merita la libertà, come ogni forma di vita che insegua la conoscenza su quest’atomo di galassia. Libertà di agire, di pensare, di esprimersi. Libertà di ESSERE.

Michele Gregorio

Studente di Economia. Irpino di nascita, cosmopolita in fieri. Credo nell’empatia come motore del mondo e delle sue inestricabili relazioni e nella conoscenza come fonte di emancipazione dall’odio e dalle manipolazioni. Idealista per indole, ma alla costante ricerca di un sentiero che mi conduca al raziocinio. Scrivo come cura e viatico allo scorrere del Tempo, che sottilmente ci invita a lasciare tracce di Pensiero nel suo flusso indistinto, a testimonianza e prova del nostro passaggio tra quelle onde.

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