Oggi è il Primo Maggio, la giornata che dovrebbe celebrare il lavoro e chi ogni giorno contribuisce a far andare avanti questo Paese. Ma festeggiare cosa, esattamente? Siamo nel 2025 e ancora si muore sul lavoro. Ogni giorno. Si muore schiacciati, folgorati, cadendo da impalcature instabili. Si muore sotto il sole nei campi, in magazzini senza uscite di sicurezza, in fabbriche dove la legge entra solo dopo una tragedia.
E si muore da giovani. Da troppo giovani. Come Yassine Bousenna, 17 anni, morto in una fabbrica a Nocera Inferiore. Lavorava in nero, senza alcuna tutela. Non avrebbe nemmeno dovuto essere lì, ma ci era finito per necessità, per aiutare la famiglia, per la solita realtà che spinge i più deboli a fare scelte che non dovrebbero neanche esistere.
E come lui, ce ne sono tanti. Tanti ragazzi che vivono nella precarietà totale, che crescono pensando che il lavoro sia solo fatica e silenzio, che si devono accontentare. Stage non pagati, contratti a termine, partite IVA farlocche.
E se ti lamenti, sei “ingrato”. Se non accetti, “non hai voglia di lavorare”.
Quello che dovrebbe essere un diritto — lavorare in sicurezza, con dignità — è diventato un privilegio. Il lavoro stabile è quasi un miraggio. Chi ce l’ha, spesso è schiacciato da orari infiniti, responsabilità scaricate dall’alto e stipendi che non bastano nemmeno per arrivare a metà mese. Ma si tiene duro. Perché c’è da vivere. Perché c’è da mandare avanti una famiglia. Perché il ricatto è quotidiano.
La politica si presenta puntuale con le sue promesse, i bonus a tempo, le strette di mano e le commemorazioni dopo ogni tragedia. Ma intanto i cantieri, le fabbriche, i magazzini, i campi continuano a essere trappole mortali. E il lavoro resta una roulette. Dove qualcuno perde la vita. E nessuno paga davvero.
La politica promette, parla, gira spot. Ma intanto nei cantieri, nei magazzini, nelle fabbriche si continua a morire. E in silenzio. Perché chi lavora oggi ha anche paura di parlare, di perdere quel poco che ha.
Ci hanno tolto anche la rabbia. Ma oggi, Primo Maggio, quella rabbia ce la dobbiamo riprendere. Per Yassine. Per i tanti che lavorano senza diritti.
Per chi si alza ogni mattina col peso del rischio, e con la paura di non tornare a casa.
