Un’altra vita stroncata. Una ragazzina, una figlia, un’amica, una nipote: portata via per sempre alla sua famiglia. Ancora una volta, un uomo che non sa accettare un rifiuto. Ancora una volta, il fallimento della nostra società. Sta diventando un’abitudine aprire i social e leggere dell’ennesimo femminicidio. È come se uccidere una donna fosse diventato qualcosa di normale, di previsto.

E mentre le vite vengono spezzate, il nostro Stato, le nostre istituzioni, le forze dell’ordine sembrano impotenti, immobili. Non fanno abbastanza per fermare questo flusso di sangue, questo silenzioso sterminio. Viviamo nella paura. La paura di uscire, di andare a lavoro, di camminare per strada. Una paura che ci accompagna ogni giorno, che ci impedisce di vivere pienamente. Sempre più donne hanno paura. Sempre più donne muoiono. Sempre più genitori perdono una figlia. Sempre più figli perdono una madre. Sempre più donne sono stanche. Stanche di vivere così.

Il problema non è solo educativo: è culturale. È il patriarcato, quel fantasma antico che ancora infesta questa società. E quando protestiamo, ci sentiamo dire che esageriamo, che vogliamo “prevalere” sugli uomini. Ma la verità è un’altra: se al posto delle donne ci fossero uomini, il femminicidio sarebbe da tempo un reato universale, una priorità assoluta. Invece no. Noi dobbiamo subire. La morte, la violenza, l’abuso, il controllo, la manipolazione.

Dobbiamo subire uomini che non accettano un “no”, che non comprendono il senso della parola “libertà”. E spesso, oltre al dolore, dobbiamo subire anche il giudizio. Perché troppo spesso la società non condanna chi uccide, ma chi è stata uccisa. “Era vestita così”, “lo ha provocato”, “lo ha illuso”. Ma la verità è una sola: la colpa non è mai della vittima. È della cultura malata che giustifica l’aggressore e colpevolizza la libertà. Martina aveva solo 14 anni. Una vita intera davanti. Ma oggi non è più qui, perché qualcuno ha deciso che non poteva viverla. A 14 anni non si può morire per un rifiuto. A 14 anni non si può morire per aver detto “no”.

A nessuna età si deve morire per mano di qualcun altro. È ora di cambiare. È ora di insegnare il rispetto, di accettare la fine di una relazione, di comprendere che non si può avere tutto. È ora di alzare la voce, di non restare in silenzio. Siamo stanche di aver paura. Vogliamo vivere. Vogliamo essere libere. Vogliamo che Martina non venga dimenticata. Che nessuna venga dimenticata. Che le loro morti abbiano giustizia. Che i carnefici paghino davvero. Che la vita umana non venga barattata con 10 o 15 anni di carcere. Chi uccide deve pagare. Sempre.

Martina forse non sarà l’ultima. Anche se lo speriamo con tutto il cuore. Ma può essere l’inizio. L’inizio di un cambiamento, l’inizio di una lotta che deve appartenere a tutte e a tutti.

“Perché la libertà di una donna non può più costare la sua vita.”

Ludovica Di Concilio

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