È il 15 Aprile del 1989. Il Regno Unito è finalmente vicino all’uscita da una fase storica ricca di scioperi, scontri con i sindacati e polemiche contro la poll tax. Margaret Thatcher è al suo terzo mandato da Primo Ministro, Madonna comanda le classifiche del mondo con il suo nuovo album “Like a Prayer” e Tim Burton è vicino alla chiusura delle riprese di “Batman”, in uscita poi nei mesi finali dell’anno. Gli inglesi, risentendo inevitabilmente delle influenze esterne ai loro confini nei più svariati settori, sono però ancora radicati a quell’idea di calcio puro, duro e tremendamente maledetto che loro stessi hanno creato. Ed è da qui che parte la nostra storia di oggi, il racconto di una tragedia sportiva che l’Inghilterra e il mondo non può dimenticare. Un evento che ha segnato un prima e un dopo nella storia dello sport più antico del mondo.
97 TESTE SPEZZATE
Per gli inglesi, quando c’è in programma la partita della squadra a cui sono legati, è sempre un giorno di festa. L’impressione è che, a loro, in fin dei conti, di quello che sarà il verdetto dei 90’ minuti non gliene importi poi così tanto. Attendono il momento, lo vivono a pieno, consapevoli che, a prescindere da come andrà, ci sarà sempre un’altra partita. Per molti di loro -troppi– per la precisione 97, dopo il 15 Aprile del 1989 quel giorno di festa non ci sarà mai più.
“MAMMA, NON POSSO CANTARE”
Siamo a Sheffield, nel South Yorkshire. Alle ore 15:00, nella cornice dello stadio Hillsborough, è in programma la semifinale di FA CUP (coppa nazionale inglese) tra Liverpool e Nottingham Forest. Data la disputa dell’incontro su campo neutro, la scelta di quale tifoseria occuperà quale curva è puramente casuale. Ai Reds del Liverpool tocca la curva Ovest. Qui niente posti a sedere, ma ciò che viene comunemente definita come “standing area”, semplicemente, si sta in piedi.
A pochissimi minuti dal fischio d’inizio, addirittura meno di quindici, tale zona è ancora praticamente vuota. Una casistica sicuramente inusuale, che coglie di sorpresa chi, già da tempo, è intento a sciarpate e cori di avvicinamento allo start. Il motivo di questo assenteismo apparente è però chiaro: per l’ingresso alla zona di interesse dello stadio sono previsti solamente sette tornelli. Un numero assolutamente improprio per gestire l’ingente mole di persone che inizia ad infastidirsi nelle lunghe code. Serve una soluzione, e anche in fretta. Le operazioni di risoluzione passano allora nelle mani della polizia. A capo del plotone scelto per l’evento, vi è David Duckenfield, alla sua prima gestione di un evento a così ampia portata. L’inesperienza gioca un brutto scherzo a Duckenfield, proprio come la sua negligenza nella preparazione personale all’evento. Lui stesso, in seguito all’accaduto che stiamo per raccontarvi, sosterrà la sua totale inadeguatezza dinanzi al contesto.
A stretto contatto con lui nelle operazioni, troviamo anche il sovrintendente Roger Marshall, il quale aveva nelle proprie mani il potere di far ritardare l’inizio della partita, al fine così di permettere l’ingresso di tutti allo stadio in condizioni di sicurezza, ma non lo fece. Preferì optare per l’ordine di aprire il Gate C, da lì, il punto di non ritorno. L’apertura di tale ingresso in realtà, almeno dal punto di vista strategico, era la scelta migliore. Ma allora cos’è andato storto? Non vi è stata l’applicazione della cosiddetta “tattica freeman”, il cui obiettivo perseguendola è proprio quello di riuscire a far defluire un numero elevato di persone senza il verificarsi di affollamenti ad alto rischio.
Ma facciamo un passo indietro. La standing area riservata ai tifosi del Liverpool si divideva in quattro zone, con due ingressi centrali e due laterali. Ogni sezione era separata dalle altre con recinzioni in acciaio e, in più, un’altra che separava l’area dal campo di gioco. Ad ogni sezione dell’area, un proprio canale di ingresso dal Gate C. Alle ore 14:52, appena aperto il Gate, tutta la folla si dirige nei canali di ingresso centrali, con la polizia incapace di fermarli e tantomeno interessata nel farlo. Nella zona centrale della standing area la situazione si fa critica.
Viene a formarsi la “crowd crash”, una condizione dove l’individuo perde la propria facoltà ed autonomia di movimento per favorire ciò che è a tutti gli effetti un domino. Sei così abbandonato al perfido destino che ti è stato riservato: morte per asfissia, con la tua cassa toracica resa incapace di “gonfiarsi” per il passaggio dell’aria, troppa la pressione che è costretta a sopportare. Anche il cuore si comprime, impossibilitato a scandire battiti dal nullo spazio di azione.
Una morte atroce, resa ancor più tale dalla consapevolezza di starla vivendo e, soprattutto, dalla coscienza di non poter opporti. Il totale delle morti è di 97 persone. Struggenti le testimonianze dei sopravvissuti. Una su tutte quella relativa alla morte di Kevin Williams, appena quindicenne che, a detta dei presenti, apparentemente già morto ha riaperto gli occhi solo per il tempo di riuscire a dire “mamma”, quasi a volerla salutare, dirle addio e ringraziarla un’ultima volta. Una pagina nera ancora oggi impossibile da dimenticare, ma che, come vedremo, ha segnato anche una svolta, una rivoluzione che ci ha portato a vivere l’esperienza stadio come oggi la conosciamo.
VITTIME DEL SILENZIO
A chi conferire la colpa di tutto ciò è la domanda alla quale le autorità sono state costrette a cercare una risposta, senza però mai fornirla. L’inchiesta condotta nei mesi successivi all’accaduto ha espresso un verdetto crudele per le vittime e le loro famiglie: la colpa è degli stessi tifosi, ritenuti ubriachi e senza biglietto. La narrazione a mo’ di “se la sono cercata” non ha mai però convinto nessuno, tantomeno si pone in maniera rispettosa nei confronti dei morti e del dolore dei loro cari.
Duckenfield, inoltre, sosterrà come quel maledetto Gate C sia stato forzato e aperto dai tifosi, mascherando l’ordine imposto dal sovrintendente. L’intera procedura giudiziaria si basa su bugie e falsificazioni, motivo per cui non si è smesso di lottare per fare giustizia. Solamente dopo 27 anni proprio Duckenfield ammetterà il reale coinvolgimento delle forze dell’ordine riguardante il Gate C e l’intero svolgersi dei fatti. Nel 2016 arriva così il verdetto: 97 persone sono state uccise illegalmente. Giustizia è fatta: qualcuno pagherà. Purtroppo tutto risulterà poi essere effimero, e un nuovo giudizio spoglierà nuovamente di tutte le colpe Duckenfield e i suoi collaboratori. Ad oggi, nessuna novità. Lo stato legato alle vittime è ancora riconosciuto come omicidio, ma nessuno sta pagando per questo, elevando così la tragedia allo status di uno dei casi più emblematici di malagiustizia, errori istituzionali e insabbiamenti nel Regno Unito.
IL CALCIO SI FA NUOVO
Tra il caos e l’indignazione generale vi è comunque anche modo di parlare dei cambiamenti radicali che l’episodio ha innescato in natura di sicurezza negli stadi e dei tifosi. Con il Rapporto Taylor del 1990 si è disposta la totale eliminazione delle curve in piedi negli stadi di prima e seconda divisione inglese, introducendo l’obbligo di posti numerati e assegnati. Tale rapporto ha portato anche alla rimozione delle barriere metalliche davanti alle tribune, ha conferito un processo di rinnovamento ai sistemi di accesso negli stadi e ha fatto sì che si investisse in maniera più ingente nella formazione del personale e dei poliziotti. Il modello Taylor ha influenzato in seguito molti altri paesi, che hanno abbracciato i suoi termini al fine di un rinnovamento che ancora oggi continua a verificarsi. L’evento non viene ancora oggi dimenticato nei più svariati ambienti.
Ogni 15 Aprile sono previsti minuti di silenzio prima delle partite in ricordo delle vittime. La città di Liverpool si fa promotrice di numerosi eventi commemorativi e le campane della sua cattedrale scandiscono con 97 rintocchi il ricordo di ogni vittima. Anche governo e media si pongono in prima linea nel rendere omaggio alle vittime, usufruendo di documentari, articoli e iniziative. Il 97 è anche diventato un numero significativo nel contesto del Liverpool, con giocatori e staff che indossano sempre il numero in ogni occasione, con questo che è presente su divise, nei settori dello stadio e nel più minimo oggetto targato Reds.
SULLA NOSTRA PELLE
Hillsborough è una ferita ancora aperta. Una ferita capace di mostrare ogni singolo difetto dell’essere umano. Negligente, ingiusto, manipolatore e perfido. Una ferita ricucita grazie al ricordo, alle iniziative, alla determinazione e all’amore. La cicatrice però resta, e anche ben visibile. Funge così da avvertimento silenzioso, da pretesto per discutere di innovazione e cambiamento così da poter costruire una nuova pelle, una pelle priva di segni e di dolore.
