Se vi venisse chiesto a cosa pensate sentendo il nome “Kino“, quasi sicuramente non sapreste a cosa ci si riferisca esattamente con questo termine. Se provate a fare la stessa domanda in uno qualsiasi degli Stati che formavano l’Unione Sovietica, molto probabilmente vi verrà risposto qualcosa come “leggende“, “verità“, “speranza“.

I Kino sono stati una rock band sovietica attiva durante gli anni ’80, capitanata dal carismatico frontman Viktor Tsoi.
Nonostante alcuni brani fossero vicini al rock classico, la band si fondava principalmente su sonorità new wave e post-punk, ed era quindi caratterizzata da un sound malinconico che fungeva da base melodica perfetta per i testi poetici e disillusi di Tsoi.
Viktor Tsoi nei suoi testi infatti rievocava la sensazione di tristezza e insoddisfazione nel vivere in una società, e più in generale una realtà, oppressiva e corrotta, deludente, che sembra immutabile e apparentemente senza alcuna possibilità di miglioramento o redenzione.
Tsoi richiamava nei suoi testi scene di quotidianità urbana,
ispirate alle sue esperienze di vita nelle città sovietiche come la nativa San Pietroburgo, oggetti abituali come pacchetti di sigarette, elementi che si rifanno al cosmo e allo scorrere del tempo come le stelle, il Sole, le stagioni, ed anche concetti molto più astratti, come il cambiamento, l’inettitudine e l’orrore della guerra.

Tsoi denunciava la corruzione e la falsità del sistema,
usando parole di verità e un sound che arrivavano dritto al cuore delle persone. La popolarità dei Kino in Unione Sovietica era impareggiabile. Erano visti come la voce del malcontento di tutti i cittadini, stufi delle condizioni precarie in cui riversavano e delle bugie dei politici il cui unico intento era il tornaconto personale.
Quando Viktor Tsoi morì in un tragico incidente stradale a soli 28 anni, nel 1990, in tutta l’Unione Sovietica si manifestò un’ondata di lutto profondo. La popolarità di Viktor in URSS era paragonabile a quella che qualche anno dopo avrebbe raggiunto Kurt Cobain in Occidente.
Viktor Tsoi divenne una leggenda e un martire,
un eroe nazionale che si era battuto per smuovere le coscienze e spingerle ad un rinnovamento sociale e personale. Ancora oggi in Russia e negli ex territori sovietici è possibile trovare innumerevoli murales e statue dedicate al frontman dei Kino.

Come sostenne lo stesso Tsoi in un’intervista, il motivo principale per cui i Kino sono praticamente sconosciuti in Occidente nonostante la loro immensa popolarità in patria è dovuta al fatto di non aver mai cantato in una lingua diversa dal russo, cosa che ha ovviamente impedito all’epoca il diffondersi della loro musica a livello internazionale.
Una stella chiamata Sole
La canzone più famosa dei Kino è Звезда по имени Солнце (Una stella chiamata Sole), composta nel 1988 e facente parte dell’album omonimo.
Si tratta di una canzone contro la guerra, anche se in realtà, come molte altre canzoni dei Kino, il testo è interpretabile su più piani di lettura, molto spesso in chiave universale e di rinnovamento emotivo e personale.
Il testo si apre con l’immagine di una città in rovina, con il cielo coperto da nuvole, che impediscono alla luce del Sole di illuminarla.
Questa città è stata illuminata dal Sole per duemila anni, e per duemila anni vi è stata guerra, una guerra senza un motivo particolare. Viene specificato solo come siano sempre i giovani a pagare in situazioni del genere, per difendere i privilegi dei vecchi capi sempre al potere (letteralmente, viene detto che “la guerra è un affare dei giovani, una medicina contro le rughe“).
Per terra c’è del sangue, che dopo un’ora viene assorbito dal terreno. Dopo due ore crescono fiori ed erba, e dopo tre la terra torna a vivere, riscaldata dai raggi del Sole.
Si mette in mostra la natura ciclica di questa situazione di guerra e rinascita.
In ogni caso, tutto torna com’era prima, in un ciclo continuo ed insensato. Si può espandere questa interpretazione alla vita di ognuno di noi. Quante volte è successo di ritrovarci in situazioni nuove che però hanno portato alle stesse conclusioni, agli stessi blocchi, alle stesse delusioni, senza che nulla cambiasse veramente? Quante volte questo ciclo assurdo ci ha mostrato quanto folle e senza senso sia in realtà la vita?
L’ultima strofa della canzone è quella più astratta e affascinante.
Si afferma di come il destino ami di più coloro che vivono secondo regole diverse, diverse da quelle che molto spesso ci vengono imposte (dall’autorità, dalla società, dalla paura) e che ci limitano, e di come costoro siano destinati a morire giovani. Nei versi finali entra in gioco un certo “lui”, non definito, che potrebbe essere un prototipo di una persona dalla spiccata sensibilità, o di chiunque decida di aprire gli occhi e vivere la propria vita in modo profondo e completo. Questo “lui” non riconosce le parole “si” e “no”, non riconosce ranghi o nomi, ed è capace di raggiungere le stelle, in quanto si è liberato dal peso delle limitazioni, delle paure, delle insicurezze che lo tenevano ancorato a terra, ingabbiato in una realtà deludente di cui non ha controllo. Questo “lui” quindi ha raggiunto le stelle, ma non si accorge che è tutto un sogno, e cade, bruciato dalla luce della stella chiamata Sole.
Il finale è quindi ambiguo:
nonostante si sia raggiunto il punto più alto, esso coincide con la fine di tutto. Si lascia intendere come al rinnovamento della propria vita coincida lo stesso una perdita, una caduta, tornando al punto di partenza o anche peggio, il tutto legato sempre a quel ciclo folle a cui ci si riferisce all’inizio della canzone e da cui, a quanto pare, non si può sfuggire.
Proprio perché si ha una certa sensibilità o perché si è voluto prendere in mano la propria vita, si arriva ad una concezione di un livello superiore, che gli altri non possono comprendere, ma quella stessa concezione, quello stesso vivere e percepire totalmente le cose e la realtà, per quanto bello e rigenerante, sembra essere anche un qualcosa di troppo pesante da sostenere.
Il ciclo folle dell’esistenza, ineluttabile, si ripete quindi all’infinito, ma con una sostanziale differenza: “lui” è riuscito almeno a vivere pienamente la propria vita come dovremmo fare tutti, riuscendo a liberarsi dalle limitazioni, dalle paure, dalle cose tossiche e negative che lo hanno sempre bloccato, avendo in questo modo il privilegio e la fortuna di aver potuto ammirare il più vicino possibile la luce della stella chiamata Sole, lasciandosi contemporaneamente illuminare e bruciare da essa.

