Il tracciato della storia porta con sé elementi intrinsechi di ricorsività che pare difficile eradicare e ricondurre a mera contingenza, se non fosse per il fatto che essi si configurano come espressione intima del comportamento umano nei suoi riflessi più ferini e atavici. La dissertazione, il linguaggio e il pensiero complesso hanno tentato di formalizzarne i contenuti e le manifestazioni, ma il loro ripresentarsi attraverso le epoche, sotto vesti fuorvianti ma con le stesse identiche movenze del passato, ne previene qualsivoglia tentativo di sistematizzazione organica.

La distruzione creatrice nietzschiana ci ha donato la dottrina dell’eterno ritorno che, attingendo (consapevolmente o meno, non è dato saperlo, n.d.r.) alla teoresi sui corsi storici di Giambattista Vico, voce di spessore del Meridione d’Italia alle soglie dell’età dei Lumi, rappresenta la storia come un flusso inarrestabile, un torrente in piena che non conosce magra e che, nonostante il continuo avvicendarsi delle acque, scorre sempre lungo un solco eroso dal frangersi di quegli stessi flutti.

C’è chi ancora prima, lungo l’asse cronologico, ha osato definire l’uomo zòon politikòn, quasi a sottolinearne l’innata propensione a costituirsi in branchi, società, gerarchie di potere complesse e addirittura chi, all’incirca due millenni dopo, sotto l’egida del pensatore di Stagira, ha ripreso il cliché dell’”animale sociale” per formulare la teoria del socialismo, chiamare a raccolta le masse operaie avvolte nelle esalazioni delle ciminiere della rivoluzione industriale e indirizzarle alla riappropriazione della propria dignità di intelletti pensanti, strappandole alla loro condizione di macchine alienate dal frutto del proprio lavoro. Eppure, in barba ai numerosi tentativi di ristrutturazione dell’assetto sociale precostituito, dopo secoli di attacchi alla furia autoalimentante del Capitale, accusato di fagocitare risorse e monetizzare sforzi non quantificabili con fare sperequativo, la libera iniziativa economica sembra ancora l’unica soluzione di snodo in grado di spingere il progresso umano oltre i limiti contingenti. Il libero mercato formalizzato dal pensiero economico classico e neoclassico, il suo perenne tendere ad un equilibrio che persino una semplice equazione matematica è capace di rappresentare (o ad equilibri multipli, qualora se ne intenda analizzare la sostanziale instabilità), l’incrocio tra domanda e offerta in un punto di ottimo che risolve il problema dello scambio di risorse e ne massimizza l’utilità per le parti costituiscono l’unico sbocco possibile per l’essere umano di veder rappresentata nella pratica la propria inclinazione al procacciamento di ricchezza e mezzi di sopravvivenza. I correttivi al mercato, tra l’altro, trovano approdo nella disamina dell’empatia, della solidarietà e del reciproco sostegno contro l’accentramento delle facoltà economiche e negoziali che proprio Adam Smith opera nella sua Teoria dei sentimenti morali, lo stesso Adam Smith che, per un singolare incrocio di relazioni concettuali, ha gettato le basi della catena di montaggio e del fordismo e ha postulato la provvidenzialità della mano invisibile nel redistribuire risorse tra gli agenti economici del mercato, per un intrinseco meccanismo di propagazione dei benefici transazionali.

Oggi, nell’epoca in cui si idolatrano le democrature e i dirigismi, si fomentano timori per attacchi inesistenti e si offrono soluzioni semplici a problemi complessi, tentare di spiegare alle masse i benefici della democrazia rappresentativa, il valore della cultura libera e del discernimento lucido e consapevole di fronte ad un mondo che, giocoforza privo di frontiere, si affanna ad erigere muri di cartapesta, appare più che mai complesso. Altrettanto difficile è ricordare che frotte di uomini hanno versato il loro sangue dinanzi ai più cruenti regimi totalitari della storia per conquistare terre in cui far crescere liberi gli ideali di benessere, sostegno e comunità per sé e per i propri posteri. La retorica muscolare ha una presa inaudita sulle coscienze di quanti, piuttosto che essere spinti alla vacuità di un odio orchestrato e acausale, vorrebbero soltanto essere messi al corrente delle dinamiche che vedono quotidianamente dispiegarsi dinanzi a sé e, ciononostante, non riescono del tutto a cogliere. Ebbene, nell’era della terza globalizzazione e della quarta rivoluzione industriale, della corsa di nuovi giganti economici verso le vette del progresso, dell’assenza di frontiere e delle comunicazioni libere, il rischio è quello di scivolare nella spirale senza fondo dell’asserragliamento ad oltranza in fazioni pericolosamente nostalgiche e, per giunta, inconsistenti dal punto di vista ideologico.

Fino a qualche decennio fa, la forte espansione della domanda e dei mercati di sbocco, sostenuta dall’altrettanto espansivo approccio delle politiche keynesiane, ha generato una richiesta di manodopera abbondante e poco qualificata e, di conseguenza, un drastico incremento dell’occupazione e del tenore di vita. Oggi, l’evoluzione delle telecomunicazioni, dell’automazione e delle tecnologie a supporto delle mansioni produttive ha operato un’evidente frattura rispetto al recente passato spingendo, nella “sinergica” dicotomia capitale–lavoro, ad una domanda di manodopera e maestranze di volume via via minore, ma sempre più qualificata nell’espletamento delle proprie mansioni.

I mezzi principali per sconfiggere la paura e sottrarre all’oscurantismo intelletti capaci di opere inimmaginabili sono, senza dubbio alcuno, l’informazione e la formazione, in un inscindibile binomio da instillare nelle menti con perenne sinergia: l’investimento in istruzione, non a caso, è quello che offre meno risultati tangibili nel breve periodo, ma gode di una ricaduta strutturale di lungo periodo che fa da anticorpo sociale contro i tentativi di strumentalizzazione di massa. Inoltre, la conoscenza permette la lucida analisi dei fenomeni e, per concerto, la gestione e il dominio del cambiamento repentino degli assetti geopolitici e sociali, nonché la capacità di districarsi in un mercato del lavoro dalle dinamiche sempre più articolate ed esclusive, ma del quale è necessario anche cogliere la spinta e la conseguente sfida alla crescita personale ed intellettuale. La protezione delle fasce più deboli della compagine sociale, nell’odierno apparato delle misure di protezione, deve consistere non tanto in un asettico e soporifero assistenzialismo, quanto nel varo di un sistema di welfare e ammortizzatori sociali universalistico e dinamico, che si dimostri realmente in grado di garantire tutele omnicomprensive e mirate; il tutto dovrebbe inserirsi in un organismo giuridico e burocratico che, per efficacia di dispiegamento, divenga guida tangibile e quotidiana del cittadino e non imbrigli il suo spazio e la sua creatività nelle maglie di un dedalo farraginoso e inestricabile. Il volano della crescita economica e, per converso, del recupero di fiducia in se stessi e nello Stato di quanti si sono improvvisamente visti travolti dagli strascichi della globalizzazione e del neoliberismo richiede competenze trasversali, metodo, pazienza, cultura e, soprattutto, empatia: efficientare il mercato, agevolare la concorrenza ed invertire il regime di stagnazione della produttività che affligge da decenni il Paese non può prescindere dall’educazione all’imprenditorialità, dall’accesso all’hi-tech e alla digitalizzazione (e, per converso, alla creazione di manodopera idonea a controllarne le potenzialità) e, nonostante tutto, da un adeguato sistema di difesa dai fallimenti di mercato.

L’onere di protezione del cittadino che incombe sullo Stato, dunque, deve assumere, oggi più che mai, le sembianze di un compagno di viaggio che infonda coraggio e non quelle di un feticcio che proietti ombre e incuta timori “alla bisogna”. Una democrazia liberale che intenda realmente rinnovarsi e scongiurare una virata strutturale verso demagogismi e capri espiatori permanenti, per non finire schiacciata dai rovesci di una medaglia che non ha saputo prevedere e dominare per tempo, non può permettersi di sovvertire tout court l’ordine costituito, ma deve piuttosto avere il coraggio di parlare lucidamente ai propri cittadini, praticandone l’inclusione mediante l’emancipazione intellettuale e garantendo loro una gamma incisiva di tutele, dalla scuola alla salute, in cui possano veder sopiti i propri timori, senza comprimerne né l’autonomia, né tantomeno i veicoli di rappresentanza. Per quanto lapalissiano possa apparire, la riduzione delle asimmetrie informative tra fasce della popolazione e rispettivi ruoli negli scenari economici è la chiave di volta del processo: sui metodi di realizzazione sarebbe un tutto dire, ma l’individuazione organica del problema è senz’altro il primo passo per contenerne le criticità.

Dopodiché, la flessibilità, la produttività e l’approccio competitivo come valori fondanti di questi tempi diverranno conseguenza e non presupposto coattivo dell’agire comune, alla volta di un benessere equamente distribuito e condiviso.

Michele Gregorio

Studente di Economia. Irpino di nascita, cosmopolita in fieri. Credo nell’empatia come motore del mondo e delle sue inestricabili relazioni e nella conoscenza come fonte di emancipazione dall’odio e dalle manipolazioni. Idealista per indole, ma alla costante ricerca di un sentiero che mi conduca al raziocinio. Scrivo come cura e viatico allo scorrere del Tempo, che sottilmente ci invita a lasciare tracce di Pensiero nel suo flusso indistinto, a testimonianza e prova del nostro passaggio tra quelle onde

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