Odore di chiuso è uno di quei libri che coinvolge il lettore e lo abbandona solo dopo l’ultima pagina. È un giallo che assume i toni comici di una commedia con forti richiami alla storia che caratterizza l’Italia del 1895: unita ma spaccata in due.

L’ambietazione è quella dell’ex Granducato di Toscana che si ritrova a fronteggiare i tipici problemi di una nobiltà ormai decaduta e chiusa per questo in se stessa. La storia è ambientata in un castello abitato da una famiglia dai titoli altisonanti e da due ospiti provvisori: lo scrittore di un libro di ricette e un fotografo. Gli abitanti del castello si ritrovano dinnanzi ad un omicidio a porte chiuse dove la vittima è il loro maggiordomo.

I personaggi seguono una precisa gerarchia, reincarnando le tipiche varianti dei nobili decaduti: dai figli della nobiltà incapaci di svolgere ogni tipo di mansione alla matrona, la nonna, che dall’alto della sedia è in grado di far raggelare il sangue al resto della famiglia, ultimo modello sociale che può ancora vessare.

La storia ha un po’ del sapore della novella “Chichibio e la gru” di Boccaccio, oltre all’analogia di un cuoco scaltro che si ritrova in ambedue le storie.

Particolarmente piacevole il registro linguistico adoperato che varia con i personaggi, passando dai toni netti della lingua toscana fino a farla sfumare a seconda del ceto di appartenenza e dello stato d’animo dei personaggi.

Lo scrittore, Marco Malvaldi, è un chimico: la sua professione traspare, infatti, nelle minuziose spiegazioni culinarie e in quelle delle prove inchiodanti. Insomma, l’arma del delitto avrebbe potuto essere diversa da un veleno?

Andreana Balsamo

Studentessa di Chimica e aspirante giornalista con la passione per l’arte e la letteratura. I miei principali interessi sono la lettura e la scrittura di racconti, saggi e poesie.

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