La morte di Giulio Regeni è una storia che merita di essere analizzata e raccontata sotto diversi punti di vista. Se c’è una certezza nel complesso intreccio di fatti susseguitisi dal 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa, al 3 febbraio successivo, quando il suo corpo mutilato e seminudo fu trovato alla periferia del Cairo, e, ancor di più, dall’inizio delle indagini fino alle più recenti dichiarazioni, è quella che l’omicidio di Regeni era chiaramente destinato a diventare un caso di interesse e rilievo internazionale non solo perché le implicazioni politiche alle quali ha inesorabilmente dato spazio ma anche per la straordinaria compartecipazione emotiva suscitata, per la valenza simbolica che gli è stata data e l’immediata identificazione collettiva prodotta nelle giovani generazioni non solo di connazionali, di certo non dipese meramente dall’eco mediatica quanto, piuttosto, da una biografia che restituisce, nella tenace nitidezza del ricordo, una storia di vita tanto breve quanto distinta da una pienezza che stride enormemente con la barbarie accanitasi sul suo corpo. Giulio Regeni era anzitutto un ragazzo; un ragazzo come noi, ma forse, diciamolo francamente, meno comune di noi: volato a soli 17 anni da Fiumicello (paese in provincia di Udine) dove era cresciuto, dapprima nel Nuovo Messico e poi nel Regno Unito per studiare. Si era aggiudicato per ben due anni consecutivi il premio “Europa e giovani”, al concorso internazionale organizzato dall’Istituto Regionale Studi Europei, per le sue ricerche ed approfondimenti sul Medio Oriente. Dopo aver lavorato presso l’O.N.U. per lo sviluppo industriale, stava conseguendo un dottorato di ricerca a Cambridge, motivo per il quale si trovava in Egitto con l’intento di svolgere un progetto di tesi sui sindacati indipendenti egiziani presso l’Università americana del Cairo adottando un approccio noto come “ricerca partecipata”, che si caratterizzava per il fatto di trascorrere molto tempo per strada. Un curriculum encomiabile quello di Giulio, appena 28enne.

Tra le tante attività di cui era costellata la sua vita c’era stata anche una collaborazione per Il Manifesto, per cui aveva scritto più volte sotto lo pseudonimo di Antonio Druis, raccontando delle ondate di scioperi che stavano investendo l’Egitto in seguito alla rivoluzione del 201 1 che aveva rovesciato Mubarak. Scriveva a proposito delle violente contestazioni alla trasformazione neoliberista del Paese guidato dall’ex generale Al-Sisi “sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla guerra al terrorismo, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile” e poi, con la speranza che solo un ragazzo cui il disincanto non ha ancora fatto scolorire i sogni può invocare, aggiungeva in chiosa ad uno dei suoi pezzi “gli sviluppi di queste iniziative meritano di essere seguiti con attenzione e vicinanza(…) Sono gli stessi sindacalisti egiziani che ce lo chiedono, facendo appello a realtà sociali simili a loro in Italia e in Europa, per sviluppare forme di scambio, solidarietà e cooperazione che possano rafforzarli e incoraggiarli in questa delicata fase storica.” Ecco, quella di Giulio Regeni o Antonio Druis- se preferite- è soprattutto una storia di coraggio delle proprie idee e di fiducia nell’incrollabile convinzione che una libera informazione potesse cambiare il ferreo status quo. Su un giornale online di studenti di scienze internazionali e diplomatiche di Gorizia, non molto distante da Fiumicello, un nostro collega, Guglielmo Zangoni, ha definito Giulio Regeni un ragazzo con “un obiettivo ben chiaro in testa: raccontare la verità; un esempio, un modello positivo al quale ispirarsi”, parole che danno forma al pensiero che tutta l’opinione pubblica ha interiorizzato e che hanno trovato conferma negli appelli della madre Paola Regeni, la cui dignità composta nell’affrontare la tragedia e la cui fermezza inflessibile nella ricerca della reale ricostruzione della fatidica notte del 25 gennaio 2016 hanno conquistato i lettori di Repubblica che l’hanno eletta Donna dell’Anno tra 50 candidate.

Il corpo di Giulio, dilaniato dalla tortura, “usato come una lavagna” su cui la madre ha visto riversarsi “tutto il male del mondo” è diventato emblema di ricerca di verità e giustizia, protagonista della campagna di sensibilizzazione per le violazioni dei diritti umani sostenuta da associazioni tra cui Amnesty. D’altronde, la risonanza che il caso avrebbe generato era intuibile fin dai giorni della scomparsa, denunciata da un’amica conosciuta a Cambridge, durante i quali venne lanciato su Twitter l’hashtag #whereisgiulio prima che il ritrovamento del corpo e l’incontrovertibile prova della tortura innescasse una catena di reazioni della comunità internazionale a tutti i livelli: la protesta degli oltre 4.600 accademici che hanno firmato una petizione per chiedere un’inchiesta sulla sua morte e sulle frequenti sparizioni che si verificano in Egitto ogni mese, la campagna “Verità per Giulio Regeni” e la connessa petizione online sul portale Change.org a cui hanno aderito più di 100.000 sostenitori promossa a febbraio 2016 da Amnesty International Italia e la mobilitazione del prossimo 25 gennaio a un anno dalla scomparsa di Giulio; l’approvazione il 10 marzo 2016, da parte del Parlamento Europeo di una proposta di risoluzione che ha condannato la tortura e l’uccisione di Regeni e le continue violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo Al-Sisi; l’editoriale del 14 aprile 2016 del New York Times che ha stigmatizzato aspramente la posizione della Francia definendone “vergognoso” il silenzio di fronte alle richieste dell’Italia di fare pressione sull’Egitto, la dichiarazione resa al Corriere della Sera con cui il 20 settembre 2016 la neo ambasciatrice del Regno Unito in Italia, Jill Morris, ha ribadito l’aiuto del governo britannico alle autorità italiane nel far emergere la verità sull’uccisione e, ultimo solo cronologicamente, il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha annoverato il ricercatore assassinato al Cairo tra le giovani vite stroncate dalla violenza in terra straniera divenute icone di sacrificio.

Tuttavia, contro tutti gli auspici di verità, sulla vicenda si addensa una fitta nube di ambiguità e di sospette quanto inquietanti coincidenze: sì, perché il 25 gennaio 2016 non era una data qualsiasi, era il quinto anniversario della rivoluzione che nel 201 1 sfociò nella caduta di Mubarak e nella successiva ascesa dei Fratelli Musulmani. Nelle ore precedenti la scomparsa di Regeni, che stava andando alla festa di compleanno di un amico, organizzata vicino a piazza Tahir, la polizia egiziana aveva effettuato migliaia di perquisizioni per reprimere iniziative e proteste contro il governo del Presidente Abdel Fattah Al-Sisi, lo stesso che da diverso tempo cercava di limitare la presenza dei venditori di strada, anche avvalendosi di infiltrati per captare qualsiasi volontà rivoluzionaria. Proprio con il leader del sindacato degli ambulanti oggetto della sua ricerca universitaria era venuto a stretto contatto Regeni: si chiama Mohamed Abdallah e la sua testimonianza in un’intervista rilasciata all’Huffington Post ha gettato una flebile luce su quel groviglio di date, notizie, informazioni parziali e innumerevoli depistaggi occorsi stratificatisi in una cortina di menzogne difficile da abbattere. Abdallah ha ammesso di essere un informatore dei servizi segreti e di aver consegnato Giulio Regeni all’Interno perché faceva troppe domande: “sì, l’ho denunciato e l’ho consegnato agli Interni e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto Io stesso. Siamo noi che collaboriamo con il Ministero degli Interni; solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro. Quando viene un poliziotto a festeggiare con noi a un nostro matrimonio, mi dà più prestigio nella mia zona.” Aldilà delle legittime considerazioni di natura morale che possono sorgere dall’etica opportunistica e prona al regime di quest’uomo auto smascheratosi quale delatore, ciò che salta inevitabilmente agli occhi è quel “contesto generale di paranoia” in cui è immerso l’Egitto di Al-Sisi fotografato dalla lucida analisi di Alexander Stille sul Guardian.

La riluttanza degli egiziani net collaborare manifestatasi sin dall’esame autoptico eseguito separatamente da funzionari egiziani e italiani, il colpevole ritardo con cui fu prelevato il video girato dalle telecamere a circuito chiuso della stazione metropolitana in cui Regeni aveva utilizzato per l’ultima volta il suo cellulare che ha vanificato l’utilità delle registrazioni ormai coperte da nuove immagini, le mirate accuse di Al-Sisi a quelli che, a suo avviso, erano suoi oppositori politici mossi dal fine di isolare l’Egitto, danneggiare l’economia locale, accendere nuovi focolai di estremismo e terrorismo e sabotare le distese relazioni con l’ Italia, corroborano l’opinione di Stille, secondo la quale negli ultimi tre anni l’Egitto di Al-Sisi ha conosciuto una spaventosa involuzione verso una deriva autoritaria molto simile a quella precedente la fallimentare esperienza della stagione delle Primavere Arabe. La sottrazione di libertà personali e di stampa, la violenta repressione del dissenso, l’aumento della tortura e delle sparizioni forzate, la tendenza ad individuare in cospirazioni organizzate all’estero il capro espiatorio dei problemi del Paese, le spinte centrifughe verso una chiusura al dialogo con l’esterno sono tutti indici che segnalano evidentemente la situazione tutt’altro che democratica in cui versa l’Egitto e che ha fagocitato impietosamente un ragazzo che voleva semplicemente conoscere- diremo banalmente noi- e la cui scelta di celare la sua identità con un pseudonimo dimostra la consapevolezza del rischio al quale la curiosità intellettuale lo esponeva in uno dei tanti luoghi del mondo dove la conoscenza, la più potente e la meno sanguinaria arma contro ogni ipotesi di accentramento del potere, continua a costituire una minaccia da eliminare.
Elena Sofia Venezia
