L’italiano è sempre stato poco compatto all’interno delle sue strutture linguistiche sia per ragioni storiche – in quanto nel nostro Paese la standardizzazione della lingua non è stata imposta da un potere politico accentratore, ma dal triumvirato letterario – sia per i continui contatti che hanno consentito l’ingresso dei prestiti da altre lingue. Assistiamo, dal secondo dopoguerra in poi, ad una forte ascesa degli anglicismi che, col passare degli anni, pare stiano avendo un uso talvolta prioritario e/o sostitutivo. Per intenderci: perché i mass-media, l’economia, la politica e la moda introducono quotidianamente termini in inglese? Perché entrano a far parte del nostro vocabolario d’uso corrente, pur possedendo parole che esprimono esattamente lo stesso significato?
Il lessico è la parte di una lingua che maggiormente si adegua ai mutamenti, arricchendosi ma anche impoverendosi; le lingue infatti possono morire per innumerevoli ragioni: l’estinzione dei parlanti, perché dall’alto vi è l’imposizione di divieti, ma anche a cause di progressive o improvvise semplificazioni e riduzioni che possono farle cadere in disuso.
L’Italia vede spesso l’elevazione di parlate regionali e dialettali utilizzate spesso in contesti errati e che di conseguenza rientrano nelle forme neo-standard; inoltre possiede 12 minoranze alloglotte ossia comunità che utilizzano lingue minoritarie tutelate dalla legge 482/1999 (Norma in materia di minoranze linguistiche storiche) ma è uno dei pochi Paesi a non aver avuto un reale impegno nel contesto europeo e globale.
Dal 1965 l’inglese è diventata la lingua veicolo per eccellenza, la lingua dei viaggi, delle relazioni internazionali, la terza più parlata al mondo (355 milioni) ed è la più utilizzata dagli stati membri dell’Unione Europea. Ecco un elenco stilato in seguito a ricerche sul campo dei termini inglesi più usati in italiano: bipartisan, no-global, deficit, antitrust, take-over, webgrandtour, sound, compound, ogm-free, low cost e altri.
Secondo alcune proiezioni, il 90% delle 7097 lingue presenti nel mondo entro il 2100 scomparirà e secondo Ethnologue il 20% è oggi a rischio. Pertanto è necessario preservare e salvaguardare l’italiano, invidiato al mondo per la sua soavità e per il suo aspetto melodico, non solo per ragioni identitarie che potrebbero sfociare in ideologie nazionalistiche ormai superate (si spera), ma anche perché ogni lingua deve essere considerata un capitale sociale. Questi sono i paradossi della globalizzazione e dell’inserimento sempre più radicato nello scenario europeo: promuoviamo la diversità, il dialogo interculturale, ma corriamo il rischio di perdere la biodiversità e di ledere le peculiarità che ci contraddistinguono dagli altri, rendendoci unici. Pertanto, seppur i più tradizionalisti inneggerebbero ad un ritorno al Purismo linguistico tipicamente fascista o a prendere esempio dalla nazionalista Francia in cui l’uso dei forestierismi era punito dalla legge, potremmo tentare di fare uno sforzo in più, imparando ad utilizzare le parole – che non sono poche – del nostro variegato lessico, perché, come affermato dal Presidente dell’Unesco: “Quando muore una lingua, scompare una visione del mondo.”
Giovanna Di Paola
