Dallo scorso 24 febbraio, i ripetuti attacchi della Russia ai danni dell’Ucraina fanno sì che la luce della speranza sia l’ultima a spegnersi quando alla sera mi si chiudono gli occhi per riaprirsi all’indomani. Tuttavia, è un senso misto di angoscia, preoccupazione e rassegnazione a darmi il buongiorno per mezzo di telegiornali, stampa e qualsiasi altro canale di informazione quando, ancora illuminato da quella speranza, ci comunicano notizie terribili provenienti dall’Est Europa.
Sin dall’inizio, alcuni aspetti sul conflitto tra Russia e Ucraina non mi sono stati chiari. Ed è per questo che ho cercato di informarmi al riguardo.
Se volessi partire dagli albori, sarebbe impossibile non richiamare il graduale crollo dell’Unione Sovietica, perpetuatosi dalla fine degli anni Ottanta sino ad arrivare al dicembre 1991, mese in cui si compirono tutte le formalità per lo scioglimento del regime comunista, comprendente l’intero Est-Europa.
Ma il sentimento nazionalista sovietico non è scomparso da un giorno all’altro. Difatti, ancora oggi sono frequenti le posizioni anti-europeiste dei cittadini residenti nei territori dell’Ex URSS. L’emblema è rappresentato dal Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin (formatosi sul mito della nazione russa centralizzante) e dai suoi numerosi seguaci, che non sono necessariamente russi. Il problema delle posizioni nazionalistiche esplode maggiormente in quei territori (tra l’altro con un potenziale economico spaventoso) al confine con la Russia capitanata da Putin, da sempre affascinato da mire espansionistiche.
È per questi motivi che il conflitto russo-ucraino trae origini profondamente datate. Un primo exploit del conflitto risale all’ormai lontano 2014, anno in cui la Russia annette la Crimea, regione peninsulare al confine tra Russia e Ucraina; l’annessione è stata realizzata prima militarmente poi democraticamente con un Referendum il cui esito mostrò un plebiscito del popolo crimeano a favore della Federazione Russa, seppur ritenuto illegale da altri Stati ed organizzazioni politiche (U.S.A., O.N.U., Unione Europea, etc…).
Nello stesso anno, altri due referendum mostrano la volontà popolare di aderire alla Russia: vengono difatti autoproclamate le Repubbliche Popolari di Doneck e di Lugansk, anch’esse però senza il riconoscimento da parte degli Stati e organizzazioni.
Il contesto geopolitico diviene oramai insostenibile e il “cessate il fuoco” giunge dapprima con il Protocollo di Minsk I, poi con il Protocollo di Minsk II, teso a rafforzare gli accordi volti a fermare il conflitto bellico. Tuttavia, il quadro sancito da questi due Protocolli non è del tutto chiaro, sì da permettere ancora tensioni nei territori oggetto di contesa. Dunque, ancora oggi la posizione russa è ancora agli antipodi di quella ucraina e gli Accordi siglati sono eludibili.
Alla luce di ciò, la Russia, forte del suo potere militare rispetto all’Ucraina, lo scorso novembre ha iniziato con azioni intimidatorie: comincia l’accerchiamento su tutti i confini orientali dell’Ucraina e, di risposta, l’allerta ucraina e della NATO. Dopo svariati tentativi di compromesso che vedono protagonisti anche gli Stati Uniti d’America, il Presidente Russo Putin usa pretesti senza fondamenta per non fermare il proprio piano di attacco.
In un batter d’occhio si arriva al 24 febbraio, alle ore 5 circa, e da lì le pagine di cronaca sono note a tutti.
Tra le tante domande che mi sono posto c’è la seguente: “Quali sono le motivazioni, ritenute talmente gravi da Putin, che hanno spinto verso l’inizio del conflitto armato?”
Dopo una breve analisi, i fattori riconducibili alle motivazioni di guerra del conflitto russo-ucraino potrebbero essere :
- La lotta identitaria tra filorussi e filoccidentali in Ucraina e le presunte aggressioni di stampo nazista
- La negazione di un’identità ucraina, distaccata e lontana da una Nuova Repubblica Socialista Sovietica
- La paura di un attacco della NATO e di un suo allargamento ad Est, ossia verso i confini russi, come a creare un sistema “Anti-Russia”
- Interessi economici, divisibili a loro volta in:
- Bacino carbonifero e polo industriale del Donbass
- Depotenziamento economico dell’Ucraina, che si innescherebbe in una successiva dipendenza dalla Russa e in un disinteresse da parte dell’Europa
- Blocco del gasdotto Nord Stream 2, in grado di legare energeticamente Germania e Russia
- Indebolimento economico, politico e militare dell’Unione Europea
Altra domanda ancora è: “Qual è stata, invece, la risposta dei Paesi non direttamente coinvolti nella guerra?”
Sotto l’aspetto militare, la risposta di altri Stati agli attacchi russi, fortunatamente, non ha ancora avuto un legame diretto: infatti, sinora, gli unici provvedimenti emanati dai governi hanno riguardato l’invio di armi ed assistenza tecnica al governo ucraino.
Dal punto di vista economico vi sono invece le famigerate sanzioni imposte alla Russia. Esse afferiscono all’impossibilità di utilizzo di beni situati all’estero e al congelamento di operazioni con le banche russe, sì da isolarle nella commercializzazione dei propri prodotti finanziari e da rendere sconvenienti per gli operatori gli investimenti. Ancora, come se tutto ciò avesse un effetto a cascata, la difficoltà per la Russia a contrattare con quei Paesi che ancora non hanno adottato sanzioni.
Invece, per quanto concerne l’aspetto politico-istituzionale, per contrastare l’ascesa russa si predilige l’aspetto diplomatico, seppur dividendo le parti politiche tra posizioni puramente pacifiste e quelle pur sempre pacifiste ma che sostengono l’aumento delle spese militari per fermare l’avanzata di Putin e delle sue truppe.
Nel summit dello scorso 10 e 11 marzo, l’Unione Europea ha ribadito la necessità di rafforzare l’aspetto diplomatico e ha cercato di individuare la strategia energetica migliore per ridurre le importazioni e la dipendenza dal gas russo, ponendo l’accento su fonti di energia alternative che possano modificare i consumi della popolazione europea.
Ricostruito il conflitto sui punti salienti, purtroppo però mi stupisce vedere posizioni ambigue su quanto sta succedendo da novembre a questa parte e mi spiace leggere o sentire commenti aprioristici contro l’Unione Europea, richiamando concetti la cui discussione potrebbe essere rimandata in altri tempi. Infatti, non mi sembra possibile addossare le colpe del conflitto a fuoco all’Unione Europea o, per meglio dire, agli Stati Uniti d’America, ritenendo i rispettivi Governatori dei guerrafondai. Lo dico perché le provocazioni russe sinora sono state molteplici ma le risposte stanno seguendo la via della diplomazia e della pace, seppur risultando ahimè troppo deboli.
Per non parlare delle posizioni disinformate secondo cui il nazionalismo ucraino (con particolare riferimento all’Euromaidan) sia stato finanziate da governi europei o americani, posizioni che poi innescano tristemente nella giustificazione della guerra iniziata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, come a far sembrare quest’ultima vittima degli avvenimenti degli ultimi 8 anni. Certo è, che molto spesso tali voci hanno anche in Europa (e quindi in Italia) profonde radici nostalgiche, che vedono come base la dissoluzione dell’impero sovietico. E mi dispiace se determinati temi vengono confusi con altri, addirittura da trasformarsi in odio nei confronti di vittime innocenti della storia.
Ancora, i richiami alla già citata NATO, l’organizzazione militare costituita da diversi Stati membri situati tra l’Europa e l’America del Nord. Con essa i richiami ad altre guerre, nei quali superficialmente si cerca di ricostruire il quadro geopolitico e lo si fa per partito preso.
Sarà che il mio lessico non risulti tanto forbito, ma da più di un mese sovente ricorro all’uso di due vocaboli (per me nuovi) usati raramente nel linguaggio comune. Il primo termine usato è “Benaltrismo”, che vuole richiamare altri problemi riducendo l’importanza del tema dibattuto al momento (come nel caso dei paragoni tra l’attuale guerra in tra Russia e Ucraina e quelle in altre parti del Mondo).
Il secondo termine è “Maccartismo”, parola letta per la prima volta proprio ieri sera, allorché subito mi sono informato sul suo significato: “Atteggiamento politico che ebbe diffusione negli Stati Uniti d’America negli anni intorno al 1950, caratterizzato da un’esasperata contrapposizione nei confronti di persone, gruppi e comportamenti ritenuti sovversivi”, secondo quanto riportato dal vocabolario Treccani. Dunque, il termine trae origine dal sentimento anti-comunista americano proprio dello scorso secolo, ritenuto fastidioso e talvolta ridicolo, guardato successivamente con criticità ed imparzialità. Tuttavia, ad oggi la situazione sembra essersi ribaltata: l’atteggiamento maccartista ha origini filocomuniste e il clima di sospetto infervorisce i dibattiti quotidiani (attualmente incentrati sulla guerra russo-ucraina), fino a colpevolizzare l’Unione Europea o qualsivoglia istituzione che adotti una linea politica differente dalla propria.
Non è facile per me comunicare in un modo così diretto, ma i miei spunti provengono da una serie di riflessioni dell’ultimo periodo: si può dire che forse a noi giovani stanno togliendo il futuro, che le cose non vanno mai come dovrebbero andare, che non ci sentiamo tutelati dalle istituzioni nazionali ed internazionali, ma sono stanco, e succube, io così come buona fetta della mia generazione, di una mentalità vittimistica, che chiude gli occhi davanti al futuro e rende incerta ogni opportunità che mi ritrovo davanti. So anche che l’accumulazione di due anni di pandemia e la paura di una guerra imminente hanno contribuito a tutto ciò, ma è anche vero che talvolta è tutta questione di resilienza, di crescita e di formazione coscienziosa. Gli atteggiamenti sopra richiamati, però, non si pongono e spesso non mi pongono nella stessa ottica di speranza.
Ed è allora che mi chiedo: “Come superare tutto ciò?”
Bisogna avere innanzitutto fiducia, l’impegno di tutti è necessario alla causa. Per questo spero che tutte le parole vuote di consapevolezza e piene di odio possano non avere effetti controproducenti nel futuro prossimo e che, nonostante ciò, tutti riescano comunque a raggiungere la pace interiore.
Infine, in chiusura di articolo e nell’attesa di un vero “Cessate il fuoco”, vorrei lasciare la speranza al popolo ucraino, sofferente per gli attacchi subiti, di orizzonti nuovi e tramonti migliori, con una delle chiavi che apre tutte le porte: quella della solidarietà tra i popoli del Mondo.
Felice Fasolino
Studente di Economia, scrivo per comunicare il mio stile di vita e il mio modo di vivere.
