L’articolo sportivo della settimana scorsa si chiudeva così:

“La speranza è che nei prossimi anni si riesca a raggiungere un accordo che vada incontro agli interessi del pubblico, riportando lo sport al valore di un tempo.”

Oggi, invece, focalizzeremo l’attenzione sui fattori che negli anni hanno via via ridimensionato il sentimento popolare che lega la città col mondo dello sport, in particolare il calcio.

In primis, le PayTv e il mondo delle scommesse: un articolo dello scorso 28 agosto su “calcio e finanza.it” afferma che “la programmazione sportiva, quest’anno ancora più completa, contribuisce ad attirare e fidelizzare i clienti e a creare nuove opportunità di aggregazione, con un conseguente aumento dell’affluenza e delle consumazioni”, a dimostrazione di  come i grandi colossi della televisione tendano ad aumentare sempre più gli ascolti, illudendo le persone di vivere emozioni irripetibili. Con i prezzi ridotti rispetto alle forme di concorrenza – altri enti trasmettitori e partite dal vivo – portano il cliente a preferire il divano anziché il calore delle curve e cercano di convincerlo che per vedere una partita conviene risparmiare anziché “buttare i soldi” per andare allo stadio.

Ma le vere “opportunità di aggregazione” non sono quelle che si creano nei bar o, ancora peggio, nei centri scommesse, dove aumentano casi di ludopatia nell’effimera ricerca di una vincita per una vita più agiata.

Infatti, il sempre più intensificarsi delle varianti aleatorie alla base delle scommesse ha più volte creato episodi che prendono a schiaffi il significato dello sport: presidenti che costituiscono società al solo fine di guadagnare tramite partite truccate, calciatori indagati per calcio scommesse, ragazzi che annullano la propria infanzia – affermando continuamente “io tifo per la bolletta che ho giocato” – e tanto altro ancora.

In secondo luogo, chi ricopre incarichi dirigenziali nella maggior parte dei casi tende a contrastare il fenomeno. Su tutti, quei Presidenti delle società e delle Leghe che rimarcano pesantemente la criminalizzazione dei tifosi. Molti sono i precedenti che vedono coinvolto ad esempio il patron di Lazio e Salernitana Claudio Lotito, più volte scagliatosi contro chi non fa altro che arricchirlo. Menzione va fatta anche per Carlo Tavecchio – ex presidente della FIGC – che in una recente intervista ha affermato “Lo stadio è il rifugio dei carcerati”, senza considerare tutte le emozioni, i momenti di confronto e le opere di solidarietà attuate dalle tifoserie dentro e fuori le mura della propria città e soprattutto oscurando gli obiettivi non conseguiti, ai quali ogni società dovrebbe rivolgersi: non è un caso la mancata qualificazione ai mondiali.

Ancora, tutti i fallimenti che si sono susseguiti negli anni hanno ridimensionato il sentimento delle persone verso la propria squadra del cuore, eccezion fatta per gli ultimi “baluardi” che ancora non hanno mollato e che cercano i settori ormai sempre più spenti.

Non è giusto che a pagare le spese di tutti questi brogli siano sempre i tifosi, o che, a causa dell’approfittatore di turno, in migliaia di persone ogni anno possa generarsi un malessere continuo, che porti solamente all’indifferenza verso tutto ciò che accade e distrugge le nostre passioni.

Ai giorni nostri sono (quasi) sempre gli stessi a vincere, in quanto il sistema favorirà sempre più i ricchi ed escluderà i poveri, nonostante il seguito di molte squadre (il Sassuolo o il Chievo da un lato e, dall’altro, gli esempi più lampanti sono Taranto e Messina). Un sistema come quello odierno, inoltre, porta a centralizzare le preferenze delle persone verso pochissime squadre – vedi Juve o il Milan dei decenni scorsi – e ad annullare la passione degli spettatori verso le categorie inferiori, nonché il senso di appartenenza alla propria città e l’amore verso la squadra.

Altro fattore caratterizzante è la forte repressione verso le forme di tifo organizzato: sono un esempio la richiesta di autorizzazione per far entrare striscioni, bandiere, stendardi, tamburi e megafoni e quelle diffide ingiuste e senza fondamento a chi si espone in primo piano per il bene della propria squadra.

Infine, il caro prezzi per le partite: al riguardo, numerose sono state le curve italiane che hanno esibito lo striscione “PREZZI POPOLARI PER SETTORI POPOLATI”, lanciando una campagna di sensibilizzazione rivolta alle società, al fine di riempire gli stadi come una volta.

Riteniamo opportuno complimentarci con chi crede ancora in valori sani come quello dello sport, dell’amicizia, dell’attaccamento alla città e della lotta contro sistemi preferenziali che non fanno altro che uccidere lo sport.

Felice Fasolino

Studente di Economia Aziendale, scrivo per comunicare il mio stile di vita e il mio modo di vivere.

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