In questa cassa armonica 4.0 che è il terzo millennio, fatta di polifonie narcolettiche, synth spinti allo stremo delle loro potenzialità sonore e un pop – nella sua accezione più autentica di “musica popolare” – dai contorni sempre meno definiti, marcare un distintivo tra attitudini espressive diventa impresa sempre più ardua. Non è un caso che la critica si sia spesso espressa a riguardo con l’accezione di “xanax pop”, un insieme di suoni dalle tinte cupe e diradate, falsamente edulcorati da una spruzzata di virtuosismi elettronici che si insinuano nella testa come una sostanza psicotropa, e abbia fatto del fenomeno in oggetto la perfetta rappresentazione della generazione Z: quella dei sogni infranti prima di prendere forma, delle incertezze perenni, del precariato come stile di vita e dei rapporti costruiti sui fili subacquei della fibra ottica.
L’origine del Rock
Il rock affonda le sue radici nella cultura black, in quell’universo sonoro e concettuale che ha dato vita al jazz, al soul e all’r’n’b fondendo gli universi di due continenti che si sono incontrati e sono cresciuti insieme, non senza tensioni, in un nuovo mondo. E’ stata innanzitutto musica di ribellione, la bandiera di Elvis e dei ragazzotti di Liverpool, il rituale di trasgressione della rivoluzione sessantottina e il manuale di sopravvivenza delle comuni hippie: il rock è pronto ad assurgere, insomma, a colonna sonora di un secolo intero, quel ‘900 che ha drasticamente ridotto la povertà, innalzato le aspettative di vita e, al contempo, progettato scientificamente due macchine di morte come le guerre mondiali e spianato la strada al disastro climatico. Fa strano pensare che il rap, prima, e la trap, poi, come sua emanazione più recente, affondino le loro radici nello stesso terreno che ha partorito gli assoli di chitarra elettrica e siano spesso associati, per tematiche, al rock nonostante la sostanziale distanza di linguaggio.
Gli Arctic Monkeys, la band del nuovo millennio
Eppure, esiste una band, nata nel periodo della diffusione nevralgica del web, che del rock morente ha saputo fare il suo calco identitario e dare nuova vita ai distorsori e alla verve ironica delle origini del genere: gli Arctic Monkeys, con il loro album d’esordio “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (2006), hanno fatto incetta di vendite e riportato in auge la creatura agonizzante. Frutto di un esperimento che univa il sogno del Britpop, tramontato con lo scioglimento degli Oasis, agli strascichi garage e punk che ancora tenacemente resistevano nei circuiti underground inglesi, Alex Turner e la sua combriccola hanno portato le pazze notti trascorse a zonzo tra i locali di Sheffield in vetta alle classifiche internazionali, lasciando venire a galla tutti gli spettri, le paure, le inadeguatezze e gli stati confusionali dei figli di un’era di transizione. Niente major o grandi case discografiche, nessuna promozione (“less is more”, per dirla, anche in questo frangente, con il linguaggio del marketing): solo due filoni dello stesso genere uniti da un comune denominatore, pur con tutti i limiti del caso.

Dopo un sequel nel 2007 (“Favourite Worst Nightmare”) in cui già si avvertono i sentori di una svolta nonostante gli evidenti appiattimenti sul lavoro precedente, il vero punto di rottura arriva con “Humbug” (2009), l’album della prima maturità, dopo un’adolescenza scanzonata fatta di “dirty dancefloors and dreams of naughtiness” (I bet that you look good on the dancefloor, track no. 2 off WPSIATWIN). Nelle 10 tracce del disco, prende corpo una consapevolezza artistica inedita, in cui suona evidente l’impronta stoner di Josh Homme dei Queens of the Stone Age, il produttore che ha portato la band di Sheffield negli studios del deserto americano per attingere nuova linfa alla loro disorientata Musa: archi, organi e piano disegnano prospettive sempre più oniriche, tra riff e testi resi via via più articolati dal sapiente labor limae del giovane Turner.
“AM”, l’album della ribalta
“Suck it and see” del 2011 apre ulteriori scenari in questo senso: tendenze psichedeliche e venature baroque pop fagocitano lentamente, sia nei suoni che nella scansione ritmica e concettuale dei testi, lo spazio dedicato ai ruvidi assoli di chitarra e ai riff discotecari. Il groove dei testi è ancora tutto lì, intatto e vivo più che mai, ma l’ago della bussola pare indicare una posizione che non è più il nord.
E’ il 2013 quando la stella polare riappare: nei servizi fotografici la band sembra sfoggiare un appeal nuovo, con camicia inamidata, montgomery, abiti di fattura pregiata e i musicisti acconciati simil-Beatles, capitanati da un Alex in trench con un folto ciuffo alla Elvis: “AM”, il nuovo lavoro, mette su un piatto d’argento “riff alla Black Sabbath” (con tanto di rivisitazione in stile Osbourne del logo della band) uniti ad un viaggio emozionale dalle forti venature r’n’b e trip hop. AM è l’album della ribalta, quello che riesce a mettere d’accordo le anime discordanti di critica e pubblico: la band, specie grazie all’evoluzione del colore baritono di Alex, si mostra in grado di trovare nuove forme di espressione senza rinunciare alla propria identità di fondo, adattandosi come un camaleonte ai tappeti sonori più svariati, in primis per aver saputo dare un abito contemporaneo all’ideale artistico che, per anni, aveva gelosamente custodito. I testi portano l’ormai collaudato marchio di qualità, garanzia di originalità assicurata, ma le parole, stavolta, scivolano tra i suoni con una cadenza più varia: si sente Alex cantare su basi sincopate e arrovellamenti di note che, nel loro essere elettronici, non scadono mai nel banale; in qualche strofa, addirittura, tirando la voce per diversi secondi sulla stessa nota al ritmo di possenti beat dal sapore r’n’b – Matt Helders, batterista della band, è sempre stato un estimatore dell’hip hop e ha reso le percussioni marcate una componente caratteristica del gruppo, ndr – abbozza un rappato che mai ci si sarebbe aspettati da quell’adolescente di Sheffield che, meno di un decennio prima, suonava per il solo piacere dell’espressione libera, sfuggente alla retorica dello star system. Un tratto, quest’ultimo, che tutt’ora caratterizza Turner e compagni i quali, con la loro ultima fatica targata 2018, hanno raggiunto l’apice della maturità e della sofisticazione artistica sin dagli albori della loro carriera: con “Tranquillity Base Hotel & Casino”, un addensarsi di architetture glam e lounge, in un’atmosfera fantascientifica future-retro scandita da una sapiente concentrazione di piano, archi e chitarre, gli Arctic Monkeys abbandonano ogni prospettiva commerciale e si prostrano solo all’altare della musica.

Quindi, il Rock’n’Roll è davvero morto?
“That rock’n’roll, eh? That rock’n’roll, it just won’t go away. It might hibernate from time to time and sink back into the swamp. I think the cyclical nature of the universe in which it exists demands it adheres to some of its rules. But it’s always waiting there, just around the corner, ready to make its way back through the sludge and smash through the glass ceiling, looking better than ever. Yeah, that rock’n’roll, it seems like it’s fading away sometimes, but it will never die. And there’s nothing you can do about it”, recita Alex alla cerimonia di premiazione dei Brit Awards nel febbraio 2014: è visibilmente preda di qualche bicchiere di troppo, ma ha i concetti ancora ben chiari e, soprattutto, risponde a tono alla domanda che ci siamo posti all’inizio. Gli scenari intanto sono cambiati, i gusti delle masse si sono evoluti e lui, con la sua combriccola di scalmanati a zonzo nelle umide notti inglesi, guarda ora dall’alto il suo vissuto e la sua carriera. E, rivolgendosi alla sua Calliope, alla Musica nella sua più accorata accezione, sussurra tra lo sbalordito, il compiaciuto e il rassegnato:
“I just wanted to be one of The Strokes
Now look at the mess you made me make
Hitchhiking with a monogrammed suitcase
Miles away from any half-useful imaginary highway
I’m a big name in deep space” – Star treatment, track no. 1 off “Tranquillity Base Hotel & Casino”, 2018
Michele Gregorio
Studente di Economia. Irpino di nascita, cosmopolita in fieri. Credo nell’empatia come motore del mondo e delle sue inestricabili relazioni e nella conoscenza come fonte di emancipazione dall’odio e dalle manipolazioni. Idealista per indole, ma alla costante ricerca di un sentiero che mi conduca al raziocinio. Scrivo come cura e viatico allo scorrere del Tempo, che sottilmente ci invita a lasciare tracce di Pensiero nel suo flusso indistinto, a testimonianza e prova del nostro passaggio tra quelle onde.
