“A Technicolor world made out of music”: così canta, nostalgica, la “Prima ragazza” in una strofa di “Another day of sun”, la canzone corale con cui trionfalmente, con più di 100 ballerini che roteano, saltano e danzano scatenati in un numero grandioso e di una contagiosa energia, Damien Chazelle ci introduce senza indugi nel primo variopinto quadro umano della pellicola che ha fatto seguito al suo precedente successo, Whiplash, del 2014.
In un’assolata giornata d’autunno – la plot del film è scandita dall’alternarsi delle stagioni – un’interminabile fila di auto imbottigliate lungo la rampa autostradale di Los Angeles, che conduce al centro della città, è lo spaccato metropolitano che ci immerge nel mondo complicato di Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling), alle prese con la “voglia di diventare artisti e conciliare i propri sogni con le quotidiane necessità della vita”: è un lietmotif che La La Land condivide con il già citato Whiplash sottolineando l’interesse di Chazelle per una rappresentazione verosimile dell’esigenza di contemperare le più sublimi aspirazioni personali con una più opaca ordinarietà che all’idealismo sostituisce la praticità e ad un implorato ed infantile lieto fine impone la serenità del compromesso (a proposito, è una chicca interessante un aneddoto della travagliata storia della produzione che vuole che quando lo script fu presentato per la prima volta alla Focus Features, con un budget di 1 milione di dollari, lo studio avanzò, fra le altre, la richiesta di modificare l’epilogo agrodolce della storia, incassando il rifiuto del regista che accantonò temporaneamente il progetto).
In fondo, se provassimo ad astrarre dalla oggettiva complessità dell’architettura coreografica la quale, tuttavia, lungi dall’essere relegata a puro elemento di contorno è consustanziale allo sviluppo dei personaggi stessi, vedremmo dipanarsi un intreccio narrativo di quelli dalla sintassi più lineare. E’ questa dichiarata e orgogliosa semplicità e onestà intellettuale, assolutamente disarmante rispetto ad un panorama cinematografico spesso straripante di esperimenti che risultano più un autoreferenziale esercizio retorico piuttosto che una proiezione delle umane passioni, l’insospettabile carta vincente di La La Land.
Ma cerchiamo di riordinare le idee e proviamo a mettere a fuoco quali sono le potenzialità di questo straordinario distillato d’arte dal quale ben presto dovremmo attenderci che sia derivato un adattamento a Broadway. Quali sono le ragioni per cui La La Land ci ha fatto e ci farà ancora sognare?
Il principale argomento che depone a favore dell’indimenticabilità di quello che per molti è una sorta di revival della Hollywood anni ’50, come confermano numerose soluzioni stilistiche e citazioni che omaggiano l’epoca di Fred Astaire e Ginger Rogers, è l’indiscutibile bravura degli attori protagonisti. Emma Stone e Ryan Gosling sono semplicemente strepitosi nei loro rispettivi ruoli e risplendono vieppiù insieme: i circa quattro mesi di intense prove dirette dall’eclettica coreografa Mandy Moore a Atwater Village (ma non sottovalutiamo che Gosling ha imparato in meno di un anno a suonare il piano, evitando così l’uso di controfigure nei panni del musicista jazz) hanno dato a due poliedrici attori la linfa e la creatività con cui confezionare una performance tecnicamente ineccepibile e di sconfinata ricchezza espressiva.
Harvard, merita attenzione: dialoghi essenziali ma zeppi di citazioni in filigrana, battute dal sapore talvolta teatrale ma anche riflessioni più intimistiche come quella vera e propria celebrazione del jazz nelle parole di Seb “è conflitto, è compromesso”; dall’inizio alla fine il copione è così calzante da suscitare un’autentica, epidermica simpatia nei confronti di quella ragazza che alza il medio con irriverenza dal sedile della sua auto e di un malinconico pianista licenziato su due piedi solo per essersi lasciato andare ad una composizione improvvisata. Impossibile, inoltre, non innamorarsi letteralmente della combinazione di ambientazione e costumi: cieli tersi come quello del caotico incipit girato sulla Century Freeway o atmosfere crepuscolari come quella che ci avvolge mentre Sebastian passeggia sul pontile di Hermosa Beach, vedute mozzafiato come lo sfondo su cui, slacciati i sandali col tacco ed infilate le scarpe da tip tap, Mia ci regala una sequenza di romantica e vibrante emozione insieme al suo partner sulle note di “A lovely night” a Griffith Park e ancora l’etere in cui vediamo volare i due, con punte di realismo magico che nient’altro sono che la trasposizione dei nostri più profondi sogni, tutto questo si coniuga armoniosamente con le tinte ora sgargianti ora tenui dei costumi dal fascino retrò.
Infine, una colonna sonora per la quale trovare aggettivi è assai arduo: esplosiva, ma anche timidamente delicata e mesta – “City of stars” e “The fools who dream” ne sono limpidi esempi – sapientemente calibrata sulle scene, il collante dell’intero film, praticamente un terzo personaggio, forse quello che ci affascina di più perché usciti dalla sala del cinema canticchiamo e abbiamo il corpo che freme dal desiderio di ballare.
Ma non vogliamo togliervi il gusto di vederlo, se non l’avete già fatto, o rivederlo perché, destinato com’è a diventare un classico, La La Land non smette mai di avere qualcosa da dire.
Elena Sofia Venezia
