Il “caso Moro” rappresenta uno dei momenti più cupi e bui della storia dello Stato italiano e, a quasi quarant’anni dall’assassinio di colui che rappresentava il fulcro della Democrazia Cristiana sia in politica interna sia internazionale, non si è ancora giunti a una conclusione.

“Tutti sapevano”. E Moro? Tenteremo di tessere i fili della cospirazione e del complotto che hanno preceduto la strage di via Fani, unitamente alle evoluzioni che hanno condotto al ritrovamento del cadavere in via Caetani, ponendo l’accento sui alcuni dei punti di non ritorno.

Il 16 marzo 1978, giovedì, sarebbe stata una giornata politica fondamentale con la presentazione del secondo governo Andreotti, ma stavolta con il PCI in maggioranza. Mezz’ora dopo, in via Fani, tra corpi straziati, pallottole e alti ufficiali, si destreggia con fermezza Eleonora Moro: il marito è stato sequestrato, ma il maresciallo Leonardi (quindici anni al servizio di Moro) e l’autista Ricci a bordo della 130 e gli altri tre uomini della scorta nell’Alfetta sono stati assassinati. Lo stesso giorno, all’aeroporto di Fiumicino, atterra un aereo militare libico che ha cambiato il piano di volo perché, come emerge dai documenti del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare), sarebbe dovuto arrivare a Ginevra il giorno prima. Invece atterra a Roma. Questo dato ha qualcosa a che fare con l’ipotesi di una presenza straniera all’interno del commando brigatista di via Fani? Le BR indossano la divisa e i berretti dell’Alitalia, pur avendo operato a viso scoperto, per rendersi riconoscibili agli occhi di qualcuno che ha preso parte all’agguato nella suddetta occasione?

Inoltre il 16 marzo 1978 sta per concludersi la riforma dei servizi segreti che si erano suddivisi l’anno prima in SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) e SISMI (di cui sopra), i quali avrebbero dovuto tutelare la sicurezza militare e fornire informazioni allo Stato.

Dopo qualche ora dal sequestro il ministro dell’interno Francesco Cossiga indice la prima riunione per creare il comitato di crisi, i socialisti e Bettino Craxi urlano al complotto internazionale e all’indomani il governo esprime la fiducia a Giulio Andreotti.

Il 18 aprile 1978 ricorrono i trent’anni del governo democristiano e contemporaneamente, in questa data storica, compare un misterioso comunicato N° 7 che annuncia il suicidio di Moro e la collocazione del cadavere nel lago Duchessa: i contenuti e i caratteri della macchina da scrivere sono diversi dal solito modo di operare delle BR, ma Moro viene dato per morto. Se l’Onorevole Lettieri non avesse insistito su tali inautenticità, il restante apparato statale avrebbe arrestato le ricerche di un Moro vivo. Inoltre, a dispetto delle segnalazioni relative all’interno 11 scala A situato in via Gradoli 96, la polizia si muove verso Gradoli, paesino nei pressi di Viterbo. Soltanto dopo la messa in scena di un telefono da doccia appoggiato al muro che aveva fatto allarmare l’inquilina del piano sottostante, solleciterà un intervento delle forze dell’ordine, ma l’occasione di scoprire la prigione di Moro si era già presentata ben due giorni dopo l’agguato. Successivamente verrà recapitato un autentico comunicato N° 7 con la foto del Presidente a cui seguirà una lettera a Zaccagnini, segretario DC.

Pertanto qual è il legame tra i volti più noti della politica italiana e le BR? Nel 1974 le BR erano arrivate a Roma con l’intento di sequestrare un uomo politico di spicco e l’anno seguente sarà proprio Mario Moretti ad acquistare l’appartamento in via Gradoli 96, il “tribunale del popolo” per ben 55 giorni. Sin dalle prime lettere inviate alla famiglia e ai vari ministri, pare che Moro abbia fornito precise indicazioni sul da farsi e sulle reali motivazioni dei suoi prigionieri. Le BR chiedono riconoscimento da parte dello Stato, eppure “i giorni più lunghi della Repubblica stanno per scadere”. La linea della fermezza prevale su quella della trattativa: la prima si richiama alla Costituzione italiana e consiste nel non cedere al ricatto dei terroristi, la seconda, invece, sostenuta dal PSI, prevede la liberazione dalle carceri di un brigatista, con uno scambio uno contro uno. Probabilmente quest’ultima avrebbe tratto in inganno perché si sarebbe potuto organizzare un conflitto armato o la ribellione di altri gruppi di prigionieri; tuttavia però Moro è un papabile candidato alla presidenza della Repubblica e forse avrebbe dato più fastidio da vivo che non da morto.

Nell’ultimatum (in una telefonata di Moretti alla signora Moro) viene esplicitamente chiesto l’intervento della DC, quindi si convoca una riunione il 2 maggio. La parola passa ad Andreotti nell’ambito del CIS (comitato interministeriale per la sicurezza). Moro sta per morire ma si pensa nuovamente a come isolare Berlinguer e il PCI.

È un caso che tra i documenti di Pecorelli, giornalista di OP, verrà ritrovata l’indicazione di un viaggio negli USA del capo del SID in pieno sequestro Moro? Inoltre i sovietici del KGB volevano Moro morto? Perché alcune delle borse che aveva con sé in via Fani non sono mai state ritrovate? Tra gli innumerevoli interrogativi si fanno largo delle certezze: tanti sono i nomi di esponenti politici, ufficiali, uomini dei servizi segreti che compaiono nella P2.

Intanto “la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Moro è arrivata alla sua conclusione” (comunicato N° 9), sebbene il sequestro fosse stato programmato per un tempo più lungo (dalle dichiarazioni del br Patrizio Peci).

Il 9 maggio 1978 l’esecuzione è avvenuta in due momenti diversi, ma come è stato possibile trasportare un cadavere in un’automobile rubata, in una Roma blindata, dalla prigione fino a via Caetani? In questo punto emblematico e strategico, a metà tra Piazza del Gesù (sede nazionale della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI), nel bagagliaio di una Renault 4 rossa si trova un cadavere intorno a cui aleggiano troppi misteri che evidenziano le dinamiche interne al suo partito e alla politica italiana tutta.

Nel frattempo, poco più a sud, a Cinisi, Peppino Impastato prima di giocare la partita alle elezioni con la sua lista Democrazia Proletaria, viene ucciso dalla mafia.

Quella del 9 maggio 78. È l’alba dei funerali di uno Stato.

 

     Giovanna Di Paola

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