Io ho sempre amato la solitudine. I momenti di solitudine sono stati primari nelle mie giornate. Durante questi, mi do la possibilità di scoprire me stess*, di dar sfogo ai miei pensieri oppure di coltivare semplici hobby. La mia cameretta era il mio rifugio e se qualcosa irrompeva e disturbava la mia quiete, veniva cacciata via da musica spacca timpani.
Poi non so cosa è successo, ma con il tempo mi sono accort* di essere io quel qualcosa da cacciar via. Forse sono cresciut*, forse sono diventat* “grande”. Ho realizzato che il mio nido non era poi così sicuro e allora ho cercato di costruire il mio “posto sicuro”.
Così è partita la ricerca di un luogo adatto per edificare il mio posto sicuro.
Uno di questi è stata l’Università. Si decide questa strada per tanti motivi e con diverse emozioni. Personalmente, non vedevo l’ora di spiccare il volo e mandare a quel paese qualunque cosa ci fosse stata prima. Era l’occasione per diventare ciò che sognavo di essere e l’unico modo giusto per iniziare mi sembrava fosse quello di prendere le mie radici e darle fuoco sulle note di “It’s my life” dei Bon Jovi (spoiler: un albero senza radici cade giù peggio di Amy Lee in “Bring me to life”).
Il mondo universitario, come tutto, ha lati positivi e negativi. Inizialmente sembra ce ne siano solo di negativi, tra burocrazia, incertezza e paura del nuovo. In particolare, mi riferisco a tutta la procedura tortuosa che precede e segue la tanto “agognata” indipendenza da universitario: fai il tolc, immatricolati, fai l’abbonamento, paga le tasse, fai il piano studi, fai la domanda per la borsa di studio, prenotati per i corsi, la biblioteca, trova una casa, mantieni vivibile la casa, tesserino mensa, trova l’edificio, trova l’aula… avrei voluto urlare ogni secondo che passava: io cercavo un posto sicuro, ma questo aveva tutti i connotati per essere l’inferno.
Poi però ho realizzato che era tutta questione di “spirito di adattamento” e tutto dipendeva da come affrontavo le situazioni.
Dopo aver superato questo scoglio iniziale, sembrava che restasse che vivere il campus.
Tra l’altro se non sei estremamente introverso le occasioni per conoscere persone ci sono e con le lezioni spesso si crea una routine condivisa anche sema chiunque credi sia tuo amico alla prima data di esame sembra scomparire poiché alcuni rinunciano, altri si chiudono in camera con la testa sui libri.
Ho forse detto “SeSsIoNe”? Per gli studenti universitari, la parola “sessione” è tipo Marilyn Manson per gli amanti di musica classica.
Ecco che ti trasporti in una partita di Minecraft Survival Hardcore dove una massa di zombi che invece di pronunciare aww sa dire solo: “non posso devo studiare”, “eh sisi poi te li passo i miei appunti sisi”, “scambio appunti integrati con libro in cambio di un rene”, “no non so niente”, “eh no amo già non mi ricordo più che mi ha chiesto troppa ansia scusa”, “nono io non lo vado a dare”. Ovviamente poi tutti trenta. Se pensavi di star scalando il Monte Bianco con un gruppo di scalatori, ti accorgi di essere solo a scalare il Monte Everest mentre gli scheletri con gli archi cercano pure di farti cadere e scavalcarti.
Chiariamo però che per partita tutti contro tutti o per individualismo di certo non intendo che non si trova nessuno che faccia il lavoro sporco per te, intendo che non esiste aiutarsi, tendere un braccio anche emotivo.
È vero, l’università è anche essere indipendenti a 360°, ma è evidente che purtroppo l’idea che accumuna molti studenti è quella di dovercela fare a qualunque costo, di laurearsi a discapito di tutto e che gli altri al massimo ti possono fare da piedistallo. Crediamo di potercela fare da soli, ma infondo siamo solo poveri dente di leone in balia del vento. Questo continuava a non avere neanche lontanamente le sembianze del mio posto sicuro e io ero ancora in balia delle onde, senza sapere su quale isola approdare.
Fin quando non è sbocciata la primavera ero convinta che semplicemente l’università fosse così: un mondo in cui gli appunti si vendono e non si passano come al liceo, dove chi dice di esserti amico in aula, fa finta di non conoscerti nel corridoio, dove ti salvi solo se ti aiuti da solo. Triste del mondo che mi circondava, ho cercato il mio sfogo proprio tra queste righe, righe che mai avrei pensato mi portassero in un luogo, che tra tanto individualismo, sembra fantasy: l’ASSOCIAZIONISMO.
Vedere persone disposte ad aiutarti in cambio di nulla e poi diventare un* di loro ti fa provare il brivido di avere la sensazione che la tua vita forse ha un senso in questo mondo e nel momento in cui esci dal tuo singolo e ti metti in relazione con gli altri rendendoti utile per loro inizi a provare un’emozione unica. La “social catena” (la fratellanza) di Leopardi: che tu sia un passero solitario o no, ti salva dalla natura matrigna. L’associazionismo ha trasformato la mia vita in una partita multiplayer: tutti main player dello stesso grande videogioco. L’associazione, da dente di leone, mi ha tramutato in ginestra tra le ginestre sullo “sterminator vesevo”.
