Nella mitologia romana, le dicerie correvano sui celeri passi di Fama, divinità allegorica dalle sembianze di mostro alato sotto le cui piume si schiudeva un gran numero di occhi per vedere, e con molteplici orecchie e bocche per ascoltare e parlare. Fama era la personificazione della voce pubblica – o come diremmo meglio oggi – della pubblica opinione, tanto incostante e lontana dalla verità quanto astuta nell’infiltrarsi nel pensiero umano e nell’influenzarlo.
Storicamente, la voce pubblica o popolare ha rivestito un ruolo mai secondario e mai banale, facendo il contrappunto all’informazione ufficiale ma anche integrandola, con una funzione complementare che nel tempo ha definito – soprattutto attraverso gli strumenti dello stigma sociale e dello stereotipo – un complesso di costumi, consuetudini e modi di pensare che si sarebbero radicati nella coscienza comune e che avrebbero orientato le stesse modalità di proporre l’informazione, di fare notizia, nonché quelle di fruizione.
Nondimeno, l’intellighenzia – pur nel frequente autocompiacimento e ostentato distacco sociale da classe intellettuale elitaria – si è sempre guardata dal fenomeno con ripugnanza e biasimo; si ricordi l’uso dispregiativo della locuzione “vox populi, vox Dei” ne I Promessi Sposi quando il Manzoni dipana la narrazione dei tumulti esplosi nella città di Milano e dell’irrazionale “dagli all’untore” della folla inferocita contro Renzo.
Ma nell’era delle nuove tecnologie e delle infinite possibilità di compartecipazione alla creazione di conoscenze (si pensi alle wiki, uno dei più noti e forse anche ormai superati strumenti del web 2.0 in grado di favorire lo sviluppo collaborativo di contenuti) e delle altrettante possibilità di condivisione offerte dai social media e non solo, quanto è cambiata la percezione e la considerazione delle dicerie, delle notizie diffuse “dal basso”, delle chiacchiere da bar sport che avevamo sempre pensato fossero destinate a rimanere nel fondo nero della tazzina di caffè?
Al di là dell’allarmismo e della facile demonizzazione di Internet e della massa critica di dati che tramite esso sono convogliati con una straordinaria compressione contenutistica, il tema del controllo dell’informazione è di lampante attualità e non a torto desta preoccupazioni di varia natura.
La frammentazione del panorama delle sorgenti di comunicazione e l’ampliamento della platea su cui i contenuti rimbalzano hanno prodotto una singolare forma di democratizzazione del sapere per cui non di rado è difficile tracciare una netta linea di demarcazione tra emittente e ricevente, avendo quest’ultimo assunto e rivendicato un ruolo attivo nello stabilire forme, modalità, tempi e toni del messaggio.
L’utente destinatario di contenuti a vario titolo – dalla cronaca all’economia, alla scienza, all’ambiente e fino alle mere inserzioni pubblicitarie – non solo affida alla sua iperconnessione l’onere di raccogliere per lui quanto accade nel mondo circostante, ma soprattutto è mosso da una foga di ripubblicazione/ricondivisione – il tweet ne è un emblematico esempio – che prevale sull’esigenza di decodifica e interpretazione di ciò che si è letto, ascoltato, visto.
È del tutto intuitivo l’impatto che questa semplificazione può generare a vari livelli: la diffusione di notizie false è in continua crescita.
Tutti sappiamo che “sintesi” non è sinonimo di “approssimazione” eppure quest’ultima si sta pericolosamente propagando infettando i canali di informazione, metafora calzante se si tiene presente che le fake news possono essere considerate un “virus” che si diffonde tra tutti coloro i quali vengono sottoposti alla disinformazione online e offline e che spesso le soluzioni a tale problematica sono simili ai programmi “antivirus”, aventi l’obiettivo di identificare la fonte primaria della notizia falsa e bloccarla in tempo affinché quest’ultima non possa “contagiare” ulteriori utenti.
Quello delle fake news è un hot topic su cui si è innestato un fervido dibattito soprattutto per la potenziale portata persuasiva che acquisiscono quando riguardano scienza e politica, come nel caso delle posizioni no vax, delle teorie terrapiattiste e della faziosità con cui è affrontato il tema immigrazione.
L’espressione “fake news” è stata adoperata anche per indicare errori di stampa, bufale, concetti satirici utilizzati impropriamente come fonti giornalistiche, la diffusione di notizie non verificate e informazioni false lanciate da siti online per generare profitti da click-baiting.
Giova ricordare, inoltre, che anche se nella maggioranza dei casi risultano caratterizzate da sensazionalismo non sono sempre di immediato riconoscimento. Le fake news disseminano contenuti ingannevoli. Alcune di esse sono vere ma esagerate, amplificate a tal punto da deformare la realtà. Altre, invece, sono completamente inventate.
Studiosi ed analisti stanno superando la definizione di fake news, ritenuta da alcuni non idonea a rappresentare la complessità della comunicazione odierna, e introducono, dunque, nuove definizioni lessicali. Claire Wardle, una delle principali esperte mondiali di user generated content nonché direttrice di First Draft News, network internazionale non-profit dedicato alle sfide che l’era digitale pone in termini di fiducia e veridicità, e Hossein Derakhshan, blogger iraniano-canadese, in un rapporto intitolato “Information Disorder: Toward an interdisciplinary framework for research and policy making” introducono la definizione di information disorder, per analizzare proprio l’aspetto dell’inquinamento della comunicazione.
Il rapporto è stato commissionato dal Consiglio d’Europa che ha voluto dedicare uno studio approfondito al tema dei disturbi dell’informazione. Nel rapporto viene proposta una distinzione netta di queste fattispecie tra disinformazione e misinformazione. La prima è la creazione di notizie false, una vera e propria fabbricazione di notizie. Mentre la seconda è la diffusione involontaria di notizie false che vengono diffuse senza dolo, o per leggerezza o per mancanza di un’oculata verifica delle fonti. Il rapporto contiene alcune indicazioni programmatiche che possono aiutare il sistema a ridurre il problema dell’inquinamento dell’informazione.

Anche la ricerca di soluzioni percorribili per arginare il dilagare delle fake news è complessa perché investe direttamente il campo del monitoraggio dell’informazione e, conseguentemente, di tutte le questioni circa la dicotomia libertà/responsabilità. Oltre ai miglioramenti conseguibili con la SEO (Search Engine Optimization) taluni propongono applicazioni dell’intelligenza artificiale, mente altri ancora suggeriscono il ricorso alla tecnologia blockchain, il cui uso è ormai esteso a numerosi ambiti. Sulla base di questa idea, a metà del 2016 è nato Steemit, il più celebre social-network basato su blockchain. Steemit è un social ed una piattaforma di blogging che archivia ogni post ed ogni interazione degli utenti all’interno di una blockchain dedicata. L’utilizzo della tecnologia blockchain offrirebbe notevoli vantaggi come antidoto alla diffusione di “bufale”. Per sua stessa natura, la blockchain mantiene un registro pubblico e non modificabile permettendo di ripercorrere la storia di una notizia dalla sua origine fino all’ultima condivisione o “like” e rendendo identificabili i soggetti che sono soliti diffondere notizie false. Inoltre, Steemit e la blockchain favoriscono la creazione di un “mercato di scambio” basato su speciali criptovalute, dette “Steem Dollars”, che instaurano una forte relazione tra i contenuti pubblicati, gli utenti fruitori e gli autori. Steemit offre, infatti, la possibilità di remunerare gli utenti che producono contenuti di elevata qualità. Per cui, la presenza di una criptovaluta con un controvalore economico e l’assegnazione di un budget limitato ad ogni utente responsabilizzerebbe l’utilizzatore finale nell’interagire più consapevolmente con i contenuti.
Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, nel suo messaggio di “buoni propositi” di inizio anno del 4 gennaio 2018 ha esplicitamente fatto riferimento alle criptovalute come ad un interessante esempio di tecnologia decentralizzata che può rappresentare un’arma per contrastare la diffusione incontrollata di contenuti falsi, ambigui e distorti.
Ma siamo certi che questa possa essere la chiave di volta del problema?
Le fake news non sono un sottoprodotto, una scoria che l’avvento del digitale ha trascinato con sé, ma un fenomeno antichissimo e la cui pervasività è imputabile in primo luogo alla carenza di appropriati strumenti con cui vagliare le informazioni.
Un utile stimolo alla comprensione del problema è offerto da Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Eco ci ha consegnato una riflessione molto pessimistica sulle degenerazioni della nostra socialità virtuale – è vero – ma anche un punto di partenza da cui iniziare un esercizio quotidiano di autocontrollo e, ove necessario, di limatura, di cautela.
Le parole, si sa, vanno maneggiate con cura. Perché esse corrono, corrono sui piedi alati di Fama.
Elena Sofia Venezia
Laureanda in Consulenza & Management Strategico, appassionata di media, cinema, arte. I miei maggiori focus d’interesse sono le differenze culturali e l’empowerment femminile. Inguaribile umanista, non mi convertirete mai a pensare binario!
