La musica è un’arte che dà piacere, stimola ricordi e provoca emozioni. Fa da cornice agli eventi più importanti, così come ai semplici gesti della quotidianità. Basti pensare alla marcia nuziale di un matrimonio, alla canzoncina di buon compleanno o ai brani proposti in radio mentre si va al lavoro.
La storia dell’ “arte delle Muse” inizia migliaia di anni fa e accompagna l’essere umano nella storia della sua evoluzione. In origine veniva concepita come apportatrice d’estasi connessa all’esperienza dell’impossibile, trasfigurazione di qualsivoglia verità o certezza. Uno strumento necessario per poter ammirare e addentrarsi nel sacro silenzio della natura, ma allo stesso tempo capace di unificare le facoltà estreme dell’uomo: la sensazione fisica e il pensiero spirituale.
Dagli inizi del ‘900 la Ricerca, prendendo spunto da questi antichi concetti, cerca di sviluppare una teoria basata su di un’unica domanda: quale è l’effetto della musica sul nostro cervello?
La Neuroscienza dimostra che lo stimolo musicale è quello che attiva il numero maggiore di aree del cervello, favorendo la produzione di sinapsi neuronali che innalzano in modo significativo il livello di performance dell’encefalo. In alcuni casi il contatto prolungato con l’impulso musicale giunge ad aumentarne perfino la massa del corpo calloso, la membrana che unisce i due emisferi e ne facilita la connessione. È noto, ad esempio, che Einstein iniziava la sua giornata di studio suonando il violino. Oggi sappiamo che in quel modo favoriva lo sviluppo della creatività, connessa con quella che Howard Gardner, psicologo statunitense, definisce “intelligenza musicale”. Quest’ultima, descritta come «la capacità di risolvere problemi esecutivi, analitico-interpretativi o di creare composizioni», potrebbe sembrare evoluta e quindi appannaggio esclusivo di menti superiori. Tuttavia è comune alla maggior parte degli individui fin dalla primissima infanzia: un bambino di pochi mesi è in grado di battere un ritmo, di muoversi al suono della musica o di inventare una sua melodia.
Campo di particolare interesse è quello della sanità, dove si utilizza la musica per migliorare, mantenere o recuperare le funzioni cognitive, emozionali e sociali e per fare rallentare la progressione di determinate malattie. La musicoterapia favorisce la neuro-plasticità, compensando così i deficit delle regioni cerebrali danneggiate, incoraggia le persone a muoversi, induce stati d’animo positivi e nuove sensazioni. Si rivela utile nel caso di pazienti affetti da disturbi motori o da demenza e di bambini con capacità speciali.
Questo modello teorico della musicoterapia umanistica è fondato sulle leggi della fisica acustica a partire dal concetto di suono percepito come sensazione. Il presupposto principale consiste nell’accettazione incondizionata del paziente poiché qualunque atteggiamento o comportamento ha un suo motivo di essere.
Il “fare musica” è ciò che consente un dialogo fatto di movimento, posture, sguardi, parole.
Come sottolineò più volte il celebre compositore Richard Wagner si può quindi affermare che la musica “distrae l’intelletto da ogni concezione di nostro rapporto con il mondo esterno, separandoci dal tempo stesso, come pure forma libera, da ogni obiettività, lasciandoci gettare lo sguardo solo nel nostro intimo essere e in quello di tutte le cose”.
Antonella Trivigno
Dott.ssa in prassi esecutiva e repertorio pianistico. Studentessa di Fisica interessata a conoscere le mille sfaccettature dell’universo.
