Bloccata ogni giorno in un circolo vizioso fatto di violenze, molestie e pregiudizi; la donna cerca solo libertà, indipendenza e parità in un pianeta che sembra tollerare ben poco la sua presenza.
IRAN E AFGHANISTAN, DOVE LA DONNA LIBERA È DI TROPPO
In questo preciso istante una ragazza iraniana sta lottando senza sosta con il velo in testa a coprirle interamente il capo; tranne che per un singolo ciuffo sfuggito volontariamente è lasciato cadere sul viso. Un’altra donna invece sta urlando a squarciagola: lei il velo non ce l’ha in testa, ma nella mano destra mentre l‘accendino nella mano sinistra lo dà alle fiamme. Cosa sta gridando? “Jin jiyan azadi” (“donna, vita, libertà”) Il motivo? Vuole mettere fine ai soprusi di un regime che può essere definito solo come dittatoriale. Era il 15 settembre 2022 quando Mahsa Amini, ventiduenne iraniana in vacanza con la famiglia; è stata arrestata e successivamente picchiata a sangue per non aver indossato adeguatamente il velo in pubblico. È stata la sua morte, la goccia che ha fatto traboccare un vaso da tempo troppo pieno. In quel momento hanno dovuto scegliere se combattere o rimanere in silenzio, ma dopo tutto questo tempo passate a subire, una donna può mai stare ferma a guardare?
A qualche chilometro più in là invece, il portavoce del ministero dell’Istruzione superiore in Afghanistan, Ziaullah Hashmi, ha disposto la chiusura alle porte dell’educazione femminile a livello nazionale: nessuna donna potrà ora formarsi ed in futuro lavorare per chissà quanto.
PARITÀ DI GENERE SUL LAVORO: UN UTOPIA?
Ognuno di voi avrà sentito almeno una volta parlare dell’attuale condizione della donna sul luogo di lavoro: paghe basse, maternità non sempre dispensata, posti di lavoro ai limiti dello sfruttamento e i cui sacrifici (che non dovrebbero essere costrette ad accettare) fatti per ottenerlo non portano neanche ad una concreta e stabile indipendenza economica.
Per quanto riguarda la condizione in Italia, già di per sé precaria per tutti, vede le donne avere la peggio.
I dati Istat registrati nel terzo trimestre 2022 vedono su un 60,3% di persone che hanno un impiego, il 69,7% essere uomini. I dati precipitano tra i giovani e tra i residenti nel Meridione.
E LA MATERNITÀ?
Quando una scopre di essere incinta; la prima cosa che arriva a domandarsi è: Voglio essere una mamma o un’impiegata?
Orrendo, vero? Eppure questa è la dura realtà per molte future madri di oggi… se decideranno di tenerlo ovviamente.
Non sarebbe più bello se non dovessero scegliere e si chiedessero invece: Sarà maschio o femmina? Come lo chiamerò? Mi somiglierà?
L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE: UN OBIETTIVO CHE RITORNA
Durante l’era del capitalismo e di Marx, già si cercò di abbattere le discriminazioni di genere, soprattutto nel campo lavorativo.
“La borghesia ha bisogno di sfruttare le forze produttrici, siano queste rappresentate da maschi o da femmine, per sviluppare quanto più è possibile la produzione” diceva Bebel nel suo libro “La donna e il socialismo” in merito alle lotte di classe ottocentesche. Quest‘idea non bastò alle donne per ottenere l’agognata libertà: continuavano ad essere viste come inferiori agli uomini e come tali dovevano ricevere una paga adeguata al loro <<valore>>. Oltretutto furono relegate a ruoli domestici e di cura; portando di fatto a ridurre a responsabilità privata (cura di anziani, disabili e bambini) un dovere di istituzione pubblica. Fu come combattere contro i mulini a vento: una lotta inutile persa in partenza, impari, contro chi a malapena ti tiene in considerazione.
L’ESCLUSIVITÀ E IL PRIVILEGIO DEI DIRITTI
È inutile celebrarla o renderla importante qualche giorno all’anno: non ne ha bisogno. Non ne ha bisogno soprattutto se per il restante del tempo non le viene dato il benché minimo valore.
Perché ancora oggi la donna deve barcamenarsi per ottenere ciò che un uomo riceve semplicemente vivendo le proprie giornate, che ha solamente nascendo?
I diritti sono un diritto per tutti dalla nascita; non un premio guadagnato dopo un grande sforzo.
