A cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana molte ancora sono le verità nascoste non solo sull’attentato ma anche in merito alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta tre giorni dopo. L’ordigno esplose il 12 dicembre 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura uccidendo 17 persone e ferendone 88. Una seconda bomba venne trovata inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala. A Roma, una terza scoppiò alle 16:55 vicino alla Banca Nazionale del Lavoro, altre due sempre nella capitale rispettivamente alle 17:20 e alle 17:30; in un lasso di tempo di circa 53 minuti si contarono cinque attentati terroristici. La magistratura indagò su quei gruppi che potevano nascondere frange estremiste: furono fermate per accertamenti circa 80 persone, alcuni anarchici tra cui Pietro Valpreda, del Circolo Anarchico 22 Marzo di Roma e Giuseppe Pinelli, del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano.

IL CASO PINELLI

Giuseppe Pinelli il giorno della strage fu condotto in questura e trattenuto per tre giorni – la legge italiana stabiliva che il fermo di polizia non potesse durare più di due giorni, il terzo giorno l’indagato doveva essere libero o in prigione. Dopo tre giorni di interrogatori, Pinelli precipitò dal quarto piano. Si iniziò a parlare di suicidio.

Nell’arco di un mese la polizia fornì differenti versioni sia sulla meccanica che sul movente e si diffuse la notizia che Pinelli si fosse suicidato poiché il suo alibi era crollato. Versione che verrà in seguito ritrattata quando l’alibi si rivelerà credibile. A seguito di nuove inchieste si giunse alla conclusione che la causa della morte non era dovuta a suicidio ma a un malore sopraggiunto mentre l’uomo si stava sporgendo dal balcone. La versione ufficiale della caduta dovette scontrarsi con lo sdegno degli anarchici e della stampa a causa delle ripetute incongruenze nella descrizione dei fatti. Si diffuse la convinzione che la morte di Pinelli fosse avvenuta a causa di una colluttazione con i poliziotti e che sarebbe stato gettato dagli stessi dalla finestra per nascondere la verità.

Nonostante per la magistratura la storia di Pinelli sia chiusa, molti misteri che avvolgono la sua morte emergono ogni anno alle celebrazioni di Piazza Fontana.

L’ARRESTO DI PIETRO VALPREDA  

Pietro Valpreda venne arrestato in seguito alla segnalazione di un taxista, il quale affermò che l’anarchico scese a piazza Fontana nel pomeriggio del 12 dicembre con una grossa valigia. Il taxista, secondo alcuni, riscosse 50 milioni di lire, somma disposta a chiunque avesse fornito informazioni. Tali dichiarazioni, però, risultarono non affidabili. Successivamente alcuni indagati riferirono che un sosia avrebbe preso il taxi al posto di Valpreda per incastrarlo, sosia utilizzato da servizi segreti o gruppi di destra facendo così cadere la colpa sugli anarchici. Il sospettato dello “scambio” fu individuato in Antonio Sottosanti, il quale negò il suo coinvolgimento dimostrando in seguito di avere un alibi.

LA CONTRO-INCHIESTA DELLE BR

Sulla strage di Piazza Fontana le Brigate Rosse svolsero una propria inchiesta, tuttavia non tutto il materiale sequestrato, scoperto nel 1974 in un covo a Robbiano, arrivò nelle mani dei magistrati. La maggior parte dei documenti risultò apparentemente smarrita durante gli spostamenti tra tribunali e procure e altri documenti distrutti poiché considerati poco significativi. Nonostante ciò, l’indagine delle Brigate Rosse venne ricostruita grazie al materiale sopravvissuto e le testimonianze di un brigatista pentito.

Secondo le Brigate Rosse l’attentato sarebbe stato organizzato materialmente dagli anarchici, la strage sarebbe avvenuta per un errore nella valutazione dell’orario di chiusura della Banca, poiché in realtà l’intenzione iniziale era di mettere in scena un atto dimostrativo. Inneschi, timer ed esplosivo sarebbero stati forniti da un gruppo di estrema destra.

Nel 1978 le BR istituirono un “Tribunale del Popolo” che interrogò l’ex primo ministro Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia. L’interrogatorio venne trascritto nel cosiddetto “Memoriale Moro” dagli stessi carcerieri e successivamente sequestrato dalle forze dell’ordine. Da tale documento risulta che Aldo Moro indicò come probabili responsabili della strage di piazza Fontana, e in generale della strategia della tensione, alcuni rami dei servizi segreti affermando che nella strage aveva interferito anche l’intelligence straniera.

LE SENTENZE DEFINITIVE

Le sentenze su Piazza Fontana, anche quelle assolutorie, portarono alla conclusione che ad organizzare gli attentati fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, gruppo capitanato da Giovanni Ventura e Franco Freda che essendo già stati condannati nel processo di Catanzaro all’ergastolo e poi assolti per insufficienza di prove non erano più processabili.

Carlo Digilio, appartenente a Ordine Nuovo, confessò il proprio ruolo nella preparazione dell’attentato. Nel 2005 la Corte di Cassazione assolse definitivamente dei militanti del gruppo neofascista che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo.

La  strage di Piazza Fontana viene considerata la “madre di tutte le stragi”, uno dei momenti più tragici della strategia della “tensione” e al secondo posto in base al numero di vite spezzate dopo la strage di Bologna del 1980.

Importante è la memoria affinché non si ripetano in futuro simili tragedie.

Annapia Tanzola

Studentessa di Lettere Moderne. Mi piace leggere libri che attingono a fonti storiche con particolare interesse per quelli riguardanti la Mafia.

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