Maggio è da sempre considerato il mese della rosa, della piena rinascita e dell’amore. È il mese dell’anno simbolo della fioritura ed ha come suo fiore simbolo la rosa. A tal proposito, vorrei fare una breve riflessione sulla vacuità, la fallacia delle “cose”, dove per cose intendo tutto ciò che noi vediamo, tocchiamo e sperimentiamo.

Vi domanderete perché il preambolo sulla rosa e quale attinenza abbia: ebbene , all’inizio del mese mi sono imbattuto nella lettura di un capolavoro letterario del ‘900, “Il nome della Rosa” di Eco, e sono rimasto ammirato non solo dalla trama, ma dalla profondità di alcune massime.

Quella che ha carpito massimamente la mia attenzione, spingendo sino al parossismo il mio interesse al riguardo, è la seguente: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (“La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nomi nudi”). Ebbene Eco, parafrasando questa massima tratta dal “De contemptu mundi “ di Bernardo di Cluny, sottolinea la necessità di non aggrapparsi alle cose terrene dal momento che tutto è logorato dall’azione nefasta del tempo.

D’altronde i nostri avi ci hanno già abituato a questa visione catastrofica del tempo: Virgilio scrive “Sed fugit interea fugit irreparabile tempus“ (“Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo”), Orazio scrive “Dum loquimur invida aetas fugerit: carpe diem quam minimum credula postero“ (“Mentre parliamo il tempo invidioso sarà già fuggito. Cogli il giorno, confidando il meno possibile nel domani”) e chi più ne ha più ne metta…

Personalmente, condivido in pieno questa visione, dobbiamo renderci scevri da tutto ciò che è materiale ,o meglio acquisire la consapevolezza che i beni che possediamo devono essere il mezzo con cui trascorrere la nostra esistenza e non il fine a cui tendere. E voi, cari lettori, cosa ne pensate ?

Privacy Preference Center