Da sempre la TV è stata messa in discussione, partendo da Umberto Eco che nel 1964, con un saggio intitolato “Apocalittici e integrati”, rese chiara una distinzione tra chi criticava – Apocalittici – la cultura di massa, compresa la TV, e chi invece sosteneva una visione ottimistica delle nuove forme di comunicazione – Integrati.

Ad oggi i tempi sono cambiati e i ruoli si sono invertiti: quello che prima veniva messo in discussione, adesso, quasi come in un ribaltamento della medaglia, critica il Web. Nonostante i programmi televisivi abbiano cercato nel corso del tempo di integrare riferimenti ai social, si guarda sempre con superiorità ciò che viene prodotto e creato sulle varie piattaforme quali Youtube, Instagram e Facebook. I cosiddetti creators vengono denigrati, in modo più o meno esplicito, da questi colossi televisivi poiché sono considerati dei “perditempo”. Quindi non si valuta effettivamente come un lavoro, seppur ci sia un guadagno, quello che viene postato online.

PERCHE’ NASCE QUESTO DIVARIO?

Come nel ’64 faceva Eco, oggi si può operare un parallelismo tra due fazioni:  chi sostiene il nuovo modo di comunicare online e chi invece vede nella Tv uno strumento decisamente prevalente.

I primi, sicuramente i più giovani, ritengono che quello che viene fatto sul Web il più delle volte non è simbolo di pessima qualità, ma in realtà ci si possono ritrovare anche dei contenuti tutt’altro che mediocri, e in alcuni casi, qualitativamente più validi rispetto a quello che viene trasmesso sulle varie reti televisive, chiamato comunemente “trash”. Inoltre, essendoci una comunicazione diretta con lo spettatore e anche la possibilità di poter interagire con il creatore tramite dei commenti, creano un feedback e un rapporto quasi amichevole con chi si trova dall’altra parte dello schermo, a differenza della televisione dove questo aspetto è decisamente minore, se non inesistente – l’unico termometro è lo share.

I detrattori, invece, vedono nel web un mezzo per un successo effimero e quindi non duraturo, come può essere invece il lavorare effettivamente in uno studio televisivo. Ma al contempo si cerca di sfruttare i personaggi nati sul web per alzare gli ascolti e prendersi una fetta di pubblico, quali appunto i giovani, che nella maggioranza non vede più la Tv, fonte primaria di intrattenimento alla quale è preferito ormai lo smartphone. L’influenza dal punto di vista Web, quindi, risulta indispensabile sul piano puramente numerico, seppur possa premiare meno la bravura e il merito effettivo di chi cerca di arrivare al grande pubblico seguendo la via “tradizionale” degli studi e della gavetta.

Quindi, la televisione si sta avvicinando al mondo social?

La risposta rimane un po’ controversa: se da un lato lo critica, dall’altro ha cercato un modo per trarne vantaggio. L’abbiamo visto anche quest’anno in una puntata di Ciao Darwin del 17 maggio, dove dei personaggi noti del web hanno sfidato, come previsto dal format, altri della televisione, portando un boom di ascolti. Questo è sintomo sicuramente di cambiamento, come un tempo fu per l’ascesa della televisione. Ciò significa che le due parti riusciranno a collaborare? Probabilmente no. Se si percepisce intrinseca l’idea che personaggi provenienti dalle varie piattaforme web siano fenomeni da baraccone e non si riesce a prendere seriamente quello che arriva da un mondo diverso da quello tradizionale, il divario sarà inevitabilmente perdurante.

E IL WEB, PERCHE’ ASPIRA AL MONDO TELEVISIVO O CINEMATOGRAFICO?

Perché nell’immaginario collettivo l’essere in televisione o essere proiettati su uno schermo IMAX è simbolo di professionalità. E’ stato fondamentale il caso di Chiara Ferragni, per citarne uno, con il suo docufilm “Unposted”. Partendo da personaggio pubblico nato online, grazie al suo blog e poi su Instagram, il film biografico ha portato ingenti incassi al botteghino, con l’anteprima al Festival di Venezia, tanto da riuscire a riempire una sala intera, rispetto al capolavoro di Tarantino “Once Upon A Time in Hollywood”, presentato nel medesimo evento. Se Chiara Ferragni avesse pubblicato il suo film sulle piattaforme streaming, ad esempio Netflix, non sarebbe riuscita ad avere la stessa risonanza e anche indignazione mediatica: emblema del fatto che la scelta del piccolo e grande schermo è ancora una scelta dettata dalla ricerca della professionalità.

Filippo Varlese

Studente di Scienze Della Comunicazione, appassionato di cinema, poesia e arte. Mi piace scrivere perché credo sia il modo migliore per esprimere se stessi.

Privacy Preference Center